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E’ guerra di religione nel Nagorno Karabakh

Uno dei minareti della moschea di Agdam
trasformata in stalla

Ufficialmente è dal 1992, che i musulmani azeri e i cristiani armeni si stanno combattendo per il governo del Nagorno-Karabakh, una regione del Caucaso meridionale che si trova all’interno dell’Azerbaigian ma che si è autoproclamata indipendente circa trent’’anni fa, abitata prevalentemente dagli armeni, teatro di conflitti da quando si sciolse la federazione transcaucasica nata dopo il crollo dello zarismo. L’Armenia la reclama come suo legittimo territorio, l’Azerbaigian rifiuta ogni concessione in merito. Tutti i fili di una possibile soluzione politica sono ingarbugliati da una vera e propria guerra scoppiata tra le due repubbliche e combattuta da due eserciti forti di granate, mitraglie, elicotteri e di quanto erano riusciti a strappare dagli arsenali dell’Urss appena dissolta. In quattro anni lo scontro era indietreggiato nelle campagne, si era spostato nei paesi, era dilagato nei villaggi con una furia primitiva e selvaggia che aveva causato 30 mila morti (soprattutto azeri) e un milione di sfollati (quattrocento mila armeni un tempo residenti nell’Azerbaigian e cinquecentomila azeri residenti in Armenia e Nagorno-Karabakh), molti dei quali ancora oggi vivono nei campi profughi perché non sono potuti tornare alle loro case.

Sono state quelle baracche le prime ad essere colpite e subito dopo quartieri residenziali in entrambi i paesi, anche al di fuori delle zone contese. Colpi di artiglieria pesante e razzi hanno raggiunto – nelle ultime 48 ore – la capitale del Nagorno Karabakh, Stepanakert, e le città azere di Ganja e Mingachevir. Secondo il Cicr si contano già decine di morti e feriti tra i civili, con centinaia di scuole, ospedali e abitazioni distrutte. Questi fatti, secondo il comitato, rischiano di violare il diritto internazionale umanitario che vieta gli attacchi indiscriminati e sproporzionati. L’improvvisa escalation è dovuta al fatto che dopo quasi trent’anni di immobilità l’Azerbaigian sta cercando di riconquistare le sue posizioni sul campo, benché La Francia, gli Stati Uniti e la Russia, i tre paesi che costituiscono il gruppo di Minsk incaricato di organizzare una missione nella regione, abbiano condannato la piega presa dalle ostilità nella giornata del 5 ottobre.

Screenshot from a BBC video explaining the geography of the conflict

Eppure risale al 5 maggio del 1994 la firma, a Bishkek in Kirghizistan, del  cessate-il-fuoco che non è stato mai rispettato. Tuttavia il Nagorno-Karabakh, protetto dall’Armenia, ha ottenuto l’indipendenza de facto, anche se questa non è ancora riconosciuta dalla comunità internazionale. Così i due Paesi sono ancora tecnicamente in guerra. Infatti  i rapporti tra Armenia e Azerbaigian sono diventati nuovamente molto tesi e nel settembre scorso i cannoni hanno ripreso a sparare devastando – come detto -Stepanakert: il capoluogo del Nagorno-Karabakh che armeni e azeri si contendono da decenni e che è al centro di questa nuova ondata di violenze che in due settimane dall’inizio del conflitto ha ucciso almeno 450 persone alle quali vanno aggiunte quelle delle ultime 48 ore. Così stando le cose c’è il timore che il conflitto possa estendersi alla Turchia, che appoggia l’Azerbaigian, e alla Russia, legata all’Armenia da un’alleanza militare. Per chi volesse ricamarci sopra, e sufficiente ricordarsi che la Turchia è membro di spicco della Nato.

Queste sono le grandi incognite di un conflitto che affonda le radici nella storia di due diversi credi religiosi – musulmani gli azerbaigiani e cristiani gli armeni – che porta un vecchio conflitto al centro di un nuovo contesto geopolitico. Ne è una riprova Agdam, una cittadina che quando era azera aveva sessantamila abitanti e oggi ne conta trecentocinquanta per lo più pastori e contadini. Sicché Agdam è diventata una città fantasma, sicuramente tra le maggiori al mondo. Non a causa di un’epidemia, ma per scelta della nazione armena che decise di raderla al suolo, dopo averla conquistata il 24 luglio del 1993, per prevenire la sua riconquista da parte dell’Azerbaigian. Da allora essa fa parte del territorio della repubblica del Nagorno Karabakh, nella regione di Askeran, a una sessantina di chilometri dalla capitale Stepanakert.

Ricordo che quando vi giunsi nel 1992, un anno prima che la conquistassero gli armeni, Agdam era già ricolma di macerie,  e il cuore della cittadina era diventato un cimitero a modo suo monumentale, con tutte quelle tombe ricoperte di terra color ocra e con le foto dei morti impallidite e sgranate dall’ ingrandimento, fasciate nel nailon per resistere alla pioggia. Il vecchio Ahmed, il custode del cimitero, che conosceva la storia di tutti quei morti, ogni volta la ripeteva trasformandola in leggenda: «Ecco la fossa della bella Leyla, uccisa dalla fucilata di un cecchino mentre portava da mangiare al fidanzato al fronte»;  «Fermatevi  davanti al destino tragico dei coniugi schiacciati dal crollo della loro casa colpita da una granata»; «Silenzio, qui dove il muro dei fiori è più  alto, sopra la foto infantile di Reza che è morto a dodici anni con un colpo che gli ha  trapassato la testa».

Il furore popolare aveva trasformato quei morti in martiri. Dal cimitero di Agdam, come da tutti quelli dei paesini percossi dalla guerra, il sentimento religioso del martirio divenuto politico si allargava e tuttora si allarga fino a raggiungere la capitale Baku per dominarla. E’ l’idea tragica dello yolum, della morte cantata dai mullah – che pervade ogni cosa e le vaga «attorno come una cammella cieca» – quella che riscrive la storia, immobilizza l’attualità e condiziona la politica.  Perché oggi come ieri il Paese vive la sconfitta militare come l’ingiustizia suprema e calcolata, subita per volontà di Mosca, la quale, non potendo tollerare per questioni geopolitiche ed economiche un Azerbaigian troppo “occidentale”, sostiene gli armeni cristiani, nemici dei musulmani azeri da sempre.

Sicché i morti degli scontri di poche settimane fa, sono il nuovo anello della lunga catena dei martiri. Sono essi ad essere evocati ogniqualvolta c’è da rispondere ad un’accusa. Accadde dopo i pogrom azeri contro gli armeni; dopo l’eccidio di Sumgait (26 febbraio 1988) sul Mar Caspio, durante il quale furono uccisi a colpi di coltello o scaraventati dalle finestre più di cento armeni. Accadde dopo il blocco delle frontiere agli armeni colpiti dal terremoto. «Per svuotare l’Armenia di qualsiasi forma di vita», spiegavano i volantini  del Fronte popolare. Così ogni conflitto con gli armeni era ed è tuttora un episodio isolato da ogni altro contesto, diventa sindrome di separatezza e di martirio capace di unire il risentimento con l’orgoglio nazionale, il riformismo politico e l’antimodernismo islamico, l’ossessione della persecuzione e l’esaltazione della tragedia.

Ai ministri del culto resta il compito di alimentare il dolore e coltivarlo, per raccoglierne il frutto politico, che si traduce per esempio nel sostegno incondizionato al Consiglio Turcodopo che esso ha cooptato due organizzazioni in precedenza autonome: l’Accademia Turca, fondata nel 1992 in Kazakistan, e la sua Assemblea Parlamentare fondata nel 1998 in Azerbaigian. Così facendo, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan e Turchia si sono legati in un patto che si fonda sulla fede e sul petrolio.

Uno scrittore “laico” come Razul Anar me l’aveva a suo modo profetizzata una ventina di anni fa, la crescita islamica. Nel salone colmo di stucchi dell’Associazione degli Scrittori, egli mi ricordava che loro, gli azeri, per  primi avevano condannato  gli eccidi di Sumgait, ma «nessuna voce internazionale s’era levata per condannare la strage di Hodgiali, dove duemila azeri erano stati passati per le armi dagli armeni. Il che vuoI dire», mi spiegava, «che  per giudicare si usano due pesi e due misure, per cui noi siamo vittime di ambedue le guerre: di quella “fredda” e di quella “calda” che si combatte sui campi di battaglia intorno al Nagorno-Karabakh. L’unica cosa certa è che per ora i fondamentalisti islamici sono una minoranza, ma questa invasione armena può regalare loro moltissimi nuovi fedeli».

Ricordo che sul cippo all’entrata del cimitero di Agdam, dove si deponevano i cadaveri per l’ultima  abluzione, i mullah itineranti spiegavano che Munkar  e Nakir (i due angeli inquisitori che interrogano i morti al fine di certificarne o meno la retta fede islamica),  non sarebbero intervenuti, perché per i caduti di quella guerra non ci sarebbe stato il «tormento della tomba»,  fino al Giudizio Finale che apre ai peccatori le porte infernali, coi suoi tormenti e le sue sofferenze. Infatti Allah, Signore dei mondi, aveva già salvato i morti della guerra del Karabakh, poiché essi «hanno dato la vita per la Patria, si sono conquistati la gloria, dunque sono santi», recitavano i mullah.

Photo/Pietro Shakaian

Ma non pensate agli azeri come ad un popolo avviluppato in un’arretratezza secolare, incupito dalla tragedia della guerra, ma offeso, questo sì, a  tal punto da spingersi nelle braccia dei mullah con la certezza di vedere in un giorno prossimo riscattata la linea del confine. E’ lo stesso paesaggio dalle parti del Karabakh che sembra confermare quest’attesa. Infatti, il giro piatto dell’orizzonte con il profilo lontano delle montagne del Caucaso, che si alzano improvvise tra i barbagli di giallo alle pendici e i riflessi bianchi di neve in lontananza disegnano un confine, almeno in senso psicologico. Poiché lì, in un punto ove le montagne altissime si avvicinano, Alessandro Magno avrebbe costruito la barriera per salvare questa parte di mondo dalle orde di Gog e Magog, le quali «non poterono scalar la muraglia, non poterono aprirvi una breccia», come recita la diciottesima sura del sacro Corano. Fu di qua delle montagne a nord di Agdam, nella città di Bardà che Alessandro Magno incontrò la regina Nushaba e la sua corte di amazzoni, com’è raccontato nella KhamséI cinque tesori, il poema di Nezami, il massimo poeta azerbaigiano. Intorno all’anno Mille, Nezami ripercorse la leggenda alessandrina adornandola di «gemme di Persia e d’Arabia», come gli aveva ordinato il suo augusto committente,il sultano Ahsitan della più lunga dinastia islamica, quella  degli Shirvanshah, che durò dall’861 al 1538. Si tenga a mente poi che  Nezami, considerato il più grande poeta epico-romanzesco della letteratura persiana, è apprezzato e condiviso da Iran, Tajikistan, Afghanistan e Azerbaijan. Così meglio si capisce di che forza è il collante che unisce queste genti.

Quando nell’Ottocento da quelle gole scesero i russi dilagando verso la Persia, il popolo subito li paragonò alle orde di Gog e Magog e lo sgomento fu così grande che si è tramandato di generazione in generazione fino ai nostri giorni, perché la dominazione russa è stata – a sentir loro – la più grande disgrazia che gli potesse accadere. L’economia agricola fu stravolta  dalla monocoltura del cotone imposta nei settant’anni di potere moscovita e gli azeri furono trattati come una colonia della Russia, la quale aveva russificato perfino i nomi di famiglia (gli Hussein e i Reza diventarono Gusseinov e Rezaev e lo sono tuttora).

Naturalmente i soldati oggi sulla tuta mimetica hanno un distintivo che riproduce i colori dello stendardo della Repubblica azerbaigiana democratica, la quale durò dal 1918 al 1920, la prima in tutto l’Oriente, dove l’azzurro ricorda la libertà, il rosso con la mezzaluna l’appartenenza alla razza turca, il verde il colore dell’Islam. Va pure detto che  questo Stato musulmano, ricco di petrolio e fornitore di energia all’Europa, oltre che rotta di transito per le truppe Usa, è governato da vent’anni dalla stessa famiglia: Gejdar Aliev, presidente azero dal 1993 e in precedenza numero uno del partito comunista (così come tutti i presidenti caucasici e centroasiatici arrivati al potere dopo il crollo dell’Urss), nel 2003 ha affidato l’incarico al figlio Ilham, suggellando un passaggio di consegne che non ha precedenti nello spazio postsovietico. Così in Azerbaigian si continua ad amministrare con altrettanta disinvoltura, ricorrendo a  misure di facciata per sedare il malcontento popolare e alla repressione sistematica per tacitare ogni forma di dissenso, come è avvenuto qualche mese fa  appena s’è avuto il sentore di una rivoluzione detta dei gelsomini, dentro i confini di casa.

Tuttavia sono i racconti su quel che accade lungo la frontiera col Karabakh, assieme a quelli dei profughi e le fotografie dei morti negli scontri che si succedono di anno in anno, a scuotere la gente, soprattutto quella delle campagne che rappresenta la maggioranza della popolazione. Così rimbalzano come d’incanto gli scenari delle case distrutte, dei giardini devastati, delle moschee  in rovina, di pezzi di storie private che riemergono dal fondale del furore collettivo  sempre pronto a scatenarsi ogniqualvolta un fatto si collega al  Nagorno-Karabakh,  “usurpato” dall’Armenia cristiana.

Venti cinque fa sulla linea del fronte, siccome era da poco collassata l’Urss e con essa anche l’Armata Rossa, non c’era un esercito regolare, ma  una sorta di guardia nazionale composta da volontari, molti dei quali giovanissimi, con indosso la tuta mimetica senza né gradi né mostrine, ma soltanto una coccarda con i colori della bandiera azera. Parlavano poco e si guardavano in giro con aria attonita, tipica di quello straniamento delle  reclute che  pensano sempre al ritorno a casa mentre aspettano che trascorra il giorno. A quel tempo era difficile immaginare come sarebbe cresciuta quella generazione di combattenti-volontari  che a vent’anni aveva già vissuto gli orrori della guerra, parlava di ferite inferte spesso “per puro spregio” dagli armeni sui corpi delle loro donne e dei loro compagni uccisi.

La moschea di Agdam diventata una stalla

Eppure, se la frontiera con la città fantasma di Agdam, la sua moschea diventata stalla e le sue storie, sembra lontana e poco influente, basta una sola considerazione ad avvicinarla di colpo. L’Azerbaigian gioca un ruolo chiave per l’Unione Europea, la quale non vuole dipendere per le forniture energetiche soltanto dalla Russia. Si tenga a mente che tutti i progetti lungo il cosiddetto “Corridoio Sud”, a cominciare dal gasdotto Turchia–Grecia–Italia, hanno come protagonista Baku. Sicché se il presidente turco Erdogan fa più riferimenti ad Allah nelle sue dichiarazioni pubbliche di quanto non ne abbia mai fatti in passato, sicuramente pensa anche  all’Azerbaigian, dove si parla l’azero che è una lingua turca e dove i turchi sono di casa fin dall’anno Mille. Ve li condusse Mahmud,  il più importante tra i sultani della città afghana di Ghazna, il quale con le sue conquiste trasformò il regno in un impero che comprendeva gli attuali Afghanistan, Pakistan, India nordoccidentale e naturalmente l’Azerbaigian. Per dire, quanto la storia conti anche da queste parti.

11 Ottobre 2020

 

Come vanno i giornali in Italia? Male

Che cosa pensare se le vendite dei giornali nelle edicole sono crollate? In un mondo mediatico nel quale si continua a incoraggiare — a scapito di un giornalismo di informazione — un giornalismo speculativo e spettacolare che dequalifica la figura stessa del giornalista fino ad annullarla, c’è poco da pensare. Oramai è giornalista chi si qualifica tale e chi riceve dalla società il diritto di fregiarsi del titolo.

Pertanto, la definizione di una identità professionale rischia di diventare solo soggettiva e quindi doppiamente relativa. Inoltre, siccome gli editori vogliono nelle redazioni meno professionismo e più precariato, lo scenario che si va concretizzando, giorno dopo giorno, è quello di schiere di ragazzi e di ragazze impiegati “a ore” che tagliano e incollano, o vanno soavi in onda a leggere strisce di notizie sovente riversate dalle agenzie di stampa dei regimi che si spartiscono il mondo.

Naturalmente con il supporto di squadre di editorialisti e di commentatori dai quali di volta in volta si può ottenere tutto e il contrario di tutto, considerato che sempre meno lettori e ascoltatori sono rimasti con la voglia di approfondire, e che c’è sempre più gente che s’appaga con i “mi piace” piuttosto che con la qualità dei contenuti.

L’esempio dei “social network” ne è una dimostrazione. La stessa parola usata per descriverli è mistificatoria poiché essi non hanno “nulla di sociale”, sono anzi il contrario del sociale. Essi rappresentano la condanna all’isolamento individuale. 

Pertanto una informazione -tranne qualche rara eccezione- che tace o peggio ancora che si sofferma su espedienti di richiamo di masse, sul gossip insomma, produce effetti devastanti poiché la società alla quale essa si rivolge si ritrova a non sapere più separare il “grano dal loglio”, dal momento che il dibattito pubblico non va oltre all’esercizio consultivo dei “mi piace” evitando ogni approfondimento, ogni chiarificazione.

Se così stanno le cose, non serve più che un professionista sia formato e aggiornato per poter intervenire con sicura competenza sui nodi più intricati del mondo contemporaneo. Infatti, la funzione del giornalista che prende posizione, argomenta e prova; la figura del giornalista competente che “verifica alla fonte” la si vuole condannata all’estinzione. Sicché posto che sia mai stata un categoria, la professione dei giornalisti alla quale eravamo abituati cessa di esserla ogni giorno di più.
Infatti, basta aprire un canale qualsiasi della televisione, anche quelle locali, per capire come la “libertà d’informazione e di critica” e “l’obbligo inderogabile del rispetto della verità sostanziale dei fatti” vengano violati di continuo. 

Le notizie proliferano, ma le garanzie di affidabilità sono quasi inesistenti, è sempre più difficile essere informati, è sempre più difficile capire ciò che sta accadendo perché le scarse notizie chiarificatrici quasi sempre vengono nascoste dietro un gigantesco gioco di contraddizioni. La sensazione è di vivere in una democrazia sui generis che prospera su una mistura fatta di populismo, di tecnocrazia, di “mi piace” che stordisce lasciando spazio libero all’ambizione dei politici, dei personaggi della finanza, dei teorici, dei portaborse, di persone senza scrupoli che traggono vantaggio dalla assuefazione, dalla demoralizzazione della gente, la quale sempre meno trova conforto in un giornalismo critico e perciò informato. In buona sostanza, siamo davanti a un’evoluzione che non è imputabile esclusivamente a internet. Infatti, la storia delle tecnologie è la storia della fluidificazione dell’informazione.

Eppure sono proprio i giornali in formato cartaceo, nati alla fine del XVII secolo, che hanno avuto un ruolo decisivo in questo procedimento, perché essi facevano circolare l’informazione molto più rapidamente dei libri in uso fino ad allora. Dopotutto, gli esseri umani aspirano a essere parte integrante di questo flusso, e a vedere in questo panta rei (in greco antico “tutto scorre”) un’occasione di protagonismo.

 

Vita o morte? Quella che costa meno

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In Belgio si continua ad andare per le spicce. Più della metà delle vittime da Coronavirus  sono nelle case di cura. “La società belga ha deciso che le vite di questi anziani confinati contano molto meno di quelle dei cosiddetti ‘attivi’”, ha scritto su Le Soir, il quotidiano più letto in Belgio, il sociologo Geoffrey Pleyers. In Svezia ai vecchi va ancora peggio a sentire il Professor Yngve Gustafson, docente di Geriatria all’Università di Umeå il quale ha messo a confronto il modo  in cui i pazienti anziani malati di Covid-19 vengono curati nelle cliniche a pagamento con quelli delle case di riposo, dove i vecchi vengono curati con la morfina. “E’ un trattamento che per quasi il cento per cento porta alla morte”, ha sentenziato senza a mezzi termini il professor Gustafon e ai quotidiani svedesi  Dagens Nyheter e Aftonbladet, precisando che di vera e propria eutanasia si tratta.

Oramai si viaggia con regole semplici e spietate nelle quali rientra il “quanto costa e chi salvare”, che riemerge ad ogni crisi, economica o pandemica che sia. Dopo tutto “ogni scelta ha un costo” e “il costo del distanziamento potrebbe superare i benefici”. Pertanto, potrà anche sembrare nobile sentenziare che una vita umana non ha prezzo, ma è un concetto – secondo le regole del liberismo – da considerare desueto, perché niente è fuori dalla comparazione di valore e dunque tutto ha un prezzo.

Ci vuol poco a capire che se si discute di vita e morte, di malattia e sofferenza, utilizzando apertamente lo strumento della valutazione costi-benefici, dei prezzi di mercato, come ha fatto qualche settimana fa l’ autorevole e pertanto molto ascoltato Economist si finisce per quietare la coscienza su qualsiasi nefandezza compiuta. Incoraggiare il nuovo stile di valutazione della vita, diffonderlo, significa prepararsi a una ripresa pandemica che definirla orrida non sarebbe affatto esagerato.

Crisi da Covid19, le prime vittime sono i giovani

 Non è fantapolitica. Ci sono tre miliardi miliardi di persone a casa in attesa della ripresa; si rianimano i flussi finanziari destinati a cambiare il destino di milioni di vite umane e a sfruttare, come sempre, quella che Naomi Klein definiva una “shock economy”. Interi settori sono al palo come il turismo, lo spettacolo, la cultura e tutte quelle attività commerciali che sono considerate secondarie rispetto ai beni di prima necessità.

Ci vuol poco a capire che la disoccupazione avrà effetti micidiali sui giovani condizionandone il futuro. Insomma, il Covid-19, il Coronavirus, non sta solo uccidendo persone, intasando i sistemi sanitari, obbligando tutti a tapparsi in casa, ma si è abbatutto sull’economia globale “con il rischio di una recessione peggiore dell’immaginabile”, come avvertono gli economisti. Certo è che il coronavirus sembra destinato a restare con noi a lungo, nonostante i tentativi senza precedenti di isolamento e contenimento.  

Naturalmente c’è chi getta acqua sul fuoco, spiegando che i mercati da tempo hanno previsto scenari funesti e sanno come muoversi, ma non convincono del tutto, perché gli indicatori di segno contrario sono tanti, poichè il morbo è precipitato su un mondo da anni morso della crisi economica. Una stagnazione, peraltro, già considerevolmente assistita, per evitarne degenerazioni, attraverso misure di supporto classiche, come lo è il Quantitative easing (QE) e la riduzione dei tassi di interesse, sia in Europa che negli Stati Uniti. Prioritari sono i problemi di lungo termine come lo è la tutela delle giovani generazioni senza le quali non c’è un futuro credibile.

 Il fenomeno in crescita dei Neet è il segnale più evidente del difficile transito dei giovani dalla scuola al lavoro. I Neet – acronimo che sta per «Not in Employment, Education or Training» – la definizione, ideata negli anni Novanta in Gran Bretagna nelle indagini sui giovani a rischio di esclusione sociale, è arrivata ad abbracciare la popolazione fino ai 29 o addirittura 34 anni nelle statistiche ufficiali. I Neet sono ad oggi i destinatari (almeno a parole) di specifiche misure di politica sociale in tutta Europa, mirate a incrementarne l’occupabilità e a favorirne l’attivazione.  

La pubblicistica ha spesso adoperato toni allarmistici per descriverne la condizione e nemmeno la produzione scientifica è rimasta immune dal fascino di locuzioni evocative come “generazione Neet”, “perduta”, “in panchina”, “sospesa”, tradendo così l’idea che si stesse assistendo all’emergere di una nuova questione generazionaleIl Neet individua, come detto, i giovani che non sono occupati e non sono nemmeno coinvolti in percorsi di istruzione e formazione. Una parte di questi giovani rientra tra i disoccupati perché, non avendo un lavoro, sono attivamente impegnati a cercarlo.  

In Italia il problema dell’occupazione giovanile è particolarmente rilevante per due ragioniinnanzitutto perché risale a ben prima della crisiin secondo luogo perché, nell’attuale contesto regolamentare, – la pandemia da coronavirus non fa eccezione – a essere licenziati sono innanzitutto i lavoratori con contratti a termine, i lavoratori giovani appunto. Infatti, basta attendere la scadenza del contratto, mentre licenziare un lavoratore con contratto a tempo indeterminato è molto più difficile, se non impossibile.  

Pertanto se si analizza il problema dell’impoverimento dei giovani in un’ottica di medio-lungo periodo, si evince che i giovani in Italia hanno tassi di disoccupazione più elevati che in altri Paesi europei e che la loro condizione economica, confrontandola con quelle delle altre classi di età, è peggiorata sostanzialmente negli ultimi vent’anni. Pertanto, l’esigenza di un prestito esterno, di risorse finanziarie messe a disposizione a costi non proibitivi, perchè senza gli Eurobond Italia, Francia e Spagna non potranno tutelare i giovani né tantomeno le generazioni che ancora si devono affacciare al mondo del lavoro.  

Nell’ultimo rapporto della Commissione europea si stimava per i paesi Ue un costo di circa 153 miliardi di euro (1,2 per cento del Pil) derivante dai Neet (Not in Education, Employment or Training), di quei giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano. La stima include i costi relativi ai sussidi di disoccupazione, ai redditi non percepiti, ai contributi non versati e alle tasse non riscosseNaturalmente, sarebbero di molto maggiore se si considerassero anche gli effetti sulla salute fisica e mentale, sul tasso di criminalità e sulla coesione sociale. Non bisogna dimenticare che i giovani più colpiti sono quelli con bassi livelli di istruzione e basse competenze, cioè quelli che provengono da famiglie più disagiate. Ragion per cui la disoccupazione giovanile può frenare la mobilità intergenerazionale e fare in modo che il disagio sociale si tramandi da una generazione all’altra.  

E’ una realtà ben nota nel Parlamento europeo, non manca di tanto in tanto di richiamarla con quelle frasi ad effetto tipo «L’Europa non può permettersi lo spreco di talenti, l’esclusione sociale o il disimpegno dei giovani. Noi in qualunque caso abbiamo il dovere di sorreggerli». Se così stanno le cose non si giustifica il rifiuto di mettere a disposizione delle risorse finanziarie, senza le quali non si esce dalla crisi causata dalla pandemia da coronavirus.  

Gli Eurobond con il bypass di numerosi commentatori ed economisti sono richiesti con insistenza da Italia, Francia e Spagna, respinti con altrettanta insistenza da Olanda e Germania. Naturalmente il confronto si dipana nel chiasso di dichiarazioni, smentite, articoli, sondaggi, fake news, trasmissioni, reportage pilotati dalle grandi multinzionali, da governi terrorizzati, da nazionalisti e da sovranisti scatenati il tutto amplificato ed esasperato dal media mainstream. Finché l’altro ieri mentre tutto lasciava pensare che sugli Eurobond, noti anche come Covidbond, si sarebbe giunti nell’aula dell’Europarlamento a un compromesso i deputati della Lega e Forza Italia vi hanno votato contro. E così si è sciupata un’opportunità, poveri giovani.

Per riprendere il filo del discorso sul futuro che ci attende basta soffermarsi sulle domande che la filosofa americana Judith Butler, ritiene “fondamentali” in questo preciso momento storico.: dopo il coronavirus, sarà lo stesso mondo di prima? Cosa abbiamo perso e quale sarà il nostro futuro dopo questo periodo di “detenzione indefinita”?  L’unica certezza finora è che le superpotenze digitali (da Google a Facebook, da Amazon a Instagram e tutte le società del settore della robotica) stanno registrando tutti i nostri movimenti, le nostre parole, le nostre idee. La pandemia ha agevolato, velocizzato, autorizzato la raccolta di dati che andranno a incidere nelle nostre vite future, in termini economici, sociali e culturali.Chissà se dopo la “detenzione indefinita” avremo ancora l’ attimo per fermarsi e ripensare che cosa siamo diventati e cosa mai diventeremo.

1 maggio 2020

Boris Pasternak, un rivoluzionario molto particolare

Nell’èra di WhatsApp e di TikTok le Russie dei Pasternak sono scivolate in fondo al cassetto. A nulla vale che Leonid Osipovich, il padre dell’autore del “dottor Živago”, fosse un grande ritrattista. Il suo studio era diventato un crocevia per gli intellettuali negli anni a cavallo della Rivoluzione. In quell’ atmosfera il figlio Boris maturò il romanzo che lo rese celebre e con il quale vinse un Nobel che fu costretto a rifiutare. Benché non si possa definire un libro antisovietico, fu certamente lontano dalla visione eroica offerta dalla letteratura ufficiale del tempo. Pasternak visse i suoi ultimi anni sotto lo stretto controllo del regime. Morì il 30 maggio 1960, sessant’anni fa.

Boris Leonidovic Pasternak, l’autore de “il dottor Živago”, se ne stava accanto alla finestra a vedere le ragazze con gli abiti chiusi fino alle caviglie che passeggiavano su e giù tenendosi per mano, facendo scorrere il tempo sotto gli archi di pietra lungo i muri delle case dalle facciate austere.

È la via Mjasnitskaya nella Mosca più antica, oggi disseminata di gallerie d’arte. Al numero ventuno c’era la celebre “Scuola di pittura, scultura e architettura”, dove suo padre, Leonid Osipovich, famoso pittore e ritrattista, insegnava. Un giorno del 1911 capitò che vi si iscrivesse un giovane dall’aspetto malinconico arrivato dalla Georgia: era Vladimir Majakovskij. A maggio, dalle crepe del selciato veniva fuori un primo odore tiepido. D’inverno, la strada era tormentata da un vento gelido.

Dalla primavera all’autunno c’era quel continuo brusio che filtrava di tra i vetri e accompagnava le musiche di Ciajkovskij che la madre di Boris, Roza Kaufmann, suonava al pianoforte.

In ogni stagione la casa si riempiva di artisti come Makovskij e SurikovRepin e Miasoedov, di poeti come Rilke e Verhaeren, di storici come Kljucevskij e Zelinskij, di personaggi come Aleksandr Scrjabin che con Sergej Rachmaninov era il più straordinario innovatore della musica russa.

Pasternak lo ricorda nel poema L’anno 1905:

«Un giorno/ che il baccano dietro il muro/ è incessante come la risacca / ed il gorgo delle stanze immoto / e la strada avvivata dal gas, / squilla il campanello, / voci si avvicinano:/Scrjabin./Oh, dove fuggire/dinanzi ai passi del mio idolo/».

Era nei momenti degli incontri che suo padre lavorava con più frenesia. Seduto in un angolo, mentre la moglie suonava al pianoforte, Leonid Osipovich Pasternak, l’album sulle ginocchia, tracciava i profili dei suoi ospiti osservandone i movimenti, cogliendone i gesti, i sorrisi, i tratti poiché, come diceva: «Bisogna saper disegnare rapidamente perché i personaggi non devono accorgersene: non mi piace che si mettano in posa».

Era un pittore affermato da quando s’era legato da grande amicizia a Lev Nikolaevic Tolstoj per il quale aveva disegnato le illustrazioni del romanzo “Resurrezione”. In seguito gli fu riconosciuto il merito di aver “fotografato” con le sue opere il confine tra due epoche, un periodo tra i più ricchi di fermenti della cultura russa. Aveva fissato sulla carta quel percorso di sentimenti e di ambientazioni che sarebbero poi stati sconvolti dalla rivoluzione bolscevica. Per questo motivo Leonid Osipovich è collocato tra i grandi della pittura russa.

Ma i suoi quadri non furono esposti nei musei sovietici. Molti furono distrutti, altri confinati nei magazzini. Il suo nome, quando uscì il romanzo “Il dottor Živago” e cominciò la persecuzione di Boris Pasternak, fu persino cancellato sull’Enciclopedia sovietica, come se non fosse mai esistito. È per questo che anche adesso la gente fa sempre la coda ogni qual volta si organizza una mostra con i suoi quadri. La gente vuoIe vedere quegli ambienti dove Boris Pasternak aveva consumato la sua giovinezza, maturato la sua poesia, pensato al suo famoso romanzo che gli valse il Nobel.

Poiché, come scrisse Kornelij Zelinskij, la sua ispirazione «sorse in un punto dei piccoli appartamenti professorali della Mosca prerivoluzionaria, tra il pianoforte, dove ancora giacevano i manoscritti di Scrjabin, e lo scrittoio dello studio con le poltrone di pelle, dove alle pareti erano appesi i quadri e sotto la lampada si sfogliavano Kant, Cohen, Nartop, mentre oltre la finestra una cultura di molti secoli, molte lingue frusciava col silenzio delle meditazioni. Là forse si sentivano i contrafforti della vita: ormai alle spalle c’era una rivoluzione».

La gente vuoIe “leggere” e “rileggere” questa storia dei Pasternak, che non era mai apparsa prima. Se n’era incuriosita fin da quando sulle pagine di Novi Mir era cominciata — trent’ anni dopo che il libro era uscito in tutto il mondo — la pubblicazione a puntate del Dottor Zivago. Ma questo popolo dalla pazienza infinita dovrà attendere un anno ancora per sapere altri particolari della vicenda.

A fornirli fu la Literaturnaja Gazeta, il settimanale degli scrittori, il quale promuovendo la prima esposizione ufficiale ( agosto 1989) delle opere di Leonid Osipovich ne aveva ripercorso la storia, ricordando che molti dei lavori erano raccolti nella dacia di Peredelkino e che molti erano stati distrutti durante la guerra,quando vi alloggiavano i soldati i quali usavano la carta coi disegni per fabbricarsi isamokrutki, cioè le sigarette.

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Evgheny Pasternak

Evgheny Pasternak, il figlio dello scrittore — una vita dedicata alla memoria del padre — mi raccontava con una profonda amarezza che, «Alcune delle opere del nonno decoravano la stanza dove mio padre scriveva, incontrava gli amici, passava gran parte della sua giornata. Sapevo quanto ci teneva a quelle tele, a quegli schizzi, e non si pacificava per quelli che erano andati perduti. Purtroppo nel l’Ottantaquattro nella casa di Peredelkino sono piombati i rappresentanti dell’Unione degli scrittori dell’Urss, i miliziani e i giudici, e in meno di dodici ore ci hanno sfrattato, hanno sfasciato quel che restava delle memorie nostre più care, hanno seminato il prato coi disegni strappati di mio nonno. La casa intanto è rimasta vuota e non si capisce che cosa abbiano deciso di farne». Era appunto nell’agosto del 1989–31 anni fa, quano la Russia era l’Unione Sovietica — che incontrai Evgheny Pasternak che aveva da poco compiuto i sessantaquattro anni.

Oggi ci si arriva comodamente in treno alla dacia trasformata in casa-museo di Boris Pasternak che si trova al numero 3 di via Pavlenko. E’ aperta dalle 10 alle 16, dal martedì alla domenica e l’ingresso costa 100 rubli (poco meno di 3 euro). La dacia dove nacque Zivago è lontana dalla stazione ferroviaria, sepolta nel bosco di Peredelkino, da sempre il “villaggio degli scrittori”.

È come una nave che galleggia su un fiume di verde. Nella stanza da letto spoglia e nello studio sono rimasti i suoi stivali, il cappotto e il cappello così come lui li lasciò. Sulla luminosa veranda, il tavolo è apparecchiato con le tazze e il samovar. È sulla veranda, nelle giornate d’estate, protetto dal sole e dagli acquazzoni che Boris Pasternak appuntava su dei sottili quaderni i ricordi e la sua quotidiana esperienza:

«Mi aggrappai a quel lavoro e cominciai a lavorare con passione raddoppiata. Ma proprio quella passione avrebbe rivelato all’osservatore esperto che non sarei mai divenuto uno scienziato. lo vivevo lo studio della scienza con più intensità di quanto richiedesse la materia. Una specie di pensiero vegetativo operava in me. La sua particolarità era nel fatto che ogni concetto secondario, spiegandosi illimitatamente nella mia interpretazione, cominciava a prendere cibo e ogni sorta di cure e quando io sotto la sua pressione mi rivolgevo ai libri, non ero mosso dall’interesse spassionato per il sapere, ma dalle citazioni letterarie che lo suffragavano».

In queste parole è racchiuso il segreto della poesia di Pasternak, la sua passione per l’oggetto, per il particolare,per i significati della vita e della morte. E un’estate, siamo nel 1913, a ventitré anni «si mise a scrivere versi non per eccezione, ma di seguito, con costanza, allo stesso modo con cui si dipingono i quadri o si compone musica».

Certo, la poesia la rincorreva da tempo, soprattutto da quando aveva scoperto Rainer Maria von Rilke su una copia di Mir zu Feifer, che il poeta austriaco aveva regalato al padre, Leonid, quando era stato in visita a Jasnaja Poljana da Tolstoj. La scoperta di Rilke risale al 1907. Nell’autunno del 1913, a Mosca, Pasternak incontrò Verhaeren, che stava ottenendo un gran successo in Russia: Brjusov l’aveva tradotto, BeIyj lo definì un «Dante dell’età contemporanea».

Leonid Osipovich gli stava facendo un ritratto, e Boris lo intratteneva durante le pose: gli chiese se conoscesse Rilke, e Verhaeren gli rispose che era il miglior poeta d’Europa.

Di tutte le letture giovanili, si può dire che solo Rilke abbia avuto un’influenza diretta sui suoi versi: molti anni più tardi, nel 1926, inviandogli un suo volume di rime, Pasternak deve averglielo scritto, se Rilke rispondeva così: «Come posso ringraziarvi d’avermi permesso di vedere e di sentire quello che avete moltiplicato dentro di voi così miracolosamente! Il fatto che abbiate potuto attribuirmi una messe così ricca nella vostra sensibilità dice le lodi del vostro cuore generoso».

Ho riferito questi episodi della sua biografia per meglio far capire quant’erano stretti i rapporti tra padre e figlio, che non s’interruppero nemmeno quando nel 1921 Leonid Osipovich si trasferì a Berlino per far curare la moglie ammalata, che morì diciotto anni dopo.

E proseguirono quando il pittore raggiunse la figlia in Inghilterra, a Oxford, dove soggiornò fino alla morte, il 31 maggio del 1945. Evgheny Pastenak mi raccontava come suo padre fosse : « ammaliato dalla grande capacità di mio nonno di concentrarsi sul lavoro. Nelle lettere ne sottolineava la maestria rara di saper cogliere al volo gli oggetti, le persone in movimento, le scene della vita quotidiana, poiché era accaduto in un’epoca in cui l’artista d’abitudine se ne stava rinchiuso nell’atelier. Figurarsi l’amarezza di mio padre quando seppe, negli Anni Trenta, che molte opere, si trattava soprattutto dei ritratti dei personaggi più noti della rivoluzione, erano state distrutte o esiliate nei musei periferici di Vologda e di Celiabinsk, in Siberia».

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Madrid,30 julio 1965. Geraldine Chaplin, il regista David LeanJulie ChristieOmar Shariff e Rod Steiger durante le riprese del Doctor Živago

Boris Pasternak riprese a scrivere “Živago” un anno dopo la morte del padre, nel 1946. L’aveva già interrotto due volte: nel 1918 e nel 1936, perché non aveva abbastanza denaro. Lo scrisse assicurandosi da vivere con le traduzioni. Un lavoro sfibrante: traduceva in russo una tragedia di Shakespeare in due mesi e poi tornava a scrivere.

L’epilogo è noto: Zivago divenne causa di un terribile scandalo politico. Non lo vollero pubblicare in Urss e fu pubblicato in Italia. Poi a Pasternak arrivò il Nobel, che gli fu dato per tutta la sua opera, e quando Krusciov lo seppe da una notizia proveniente dagli Stati Uniti, scoppiò un putiferio enorme e lo scrittore fu costretto a mandare un telegramma con il quale rinunciava volontariamente al premio.

Evgheny mi ricordava che pur in quel travaglio il padre continuava a lavorare ogni giorno, continuava a scrivere poesie, e non partecipava alle riunioni che si facevano su di lui e sul caso letterario che aveva provocato.

Dalla sua dacia di Peredelkino, tra i ritratti muti dei personaggi dipinti da suo padre, e quei paesaggi che gli avevano ispirato la storia di Lara, mandava messaggi al mondo raccomandandosi che la sua opera non fosse strumentalizzata ai fini politici.

«No, non mi fece mai segreto dei suoi scritti», raccontava Evgheny. «Leggevo i capitoli del libro, ne parlavamo: era parte della nostra esistenza. Alle mie esitazioni mio padre rispondeva citandomi la regola di vita più amata da Tolstoj: “Fai quel che tu devi, sia quel che sia”.

Poi il discorso ogni volta scivolava inevitabilmente ai periodi vissuti a Jasnaja PoIjana, nella casa del grande patriarca, con il nonno che dipingeva le scene di Resurrezione, e i lunghi conversari che vi si svolgevano. Soltanto questi ricordi riuscivano a rasserenarlo» .

Pasternak non era un guerriero, non lo voleva essere, lo ammise lui stesso quando scrisse candidamente che, “una vita senza mistero, senza intimità, una vita messa in mostra tra il luccichio degli specchi, è per me inconcepibile”. Resta un “rivoluzionario” del libero pensiero.

La tomba di Pasternak che morì il 30 maggio di sessant’anni fa, è sotto una quercia nel piccolo cimitero contadino dagli steccati di legno turchese, accanto alla chiesetta bianca e luminosa che risale ai tempi di Ivan il Terribile. Ci sono sempre i sentierini delicati che separano ogni tanto un recinto dall’altro per consentire il passaggio dei parenti che vanno a deporre fiori e cibo sulle tombe dei loro morti.

Cancelletti minuscoli permettono di infilarvi il braccio in modo che le offerte raggiungano il centro del tumulo. Soltanto la tomba di Boris Pasternak è più estesa delle altre, con quella lastra di marmo molto bianco sulla quale si distingue, in bassorilievo, la figura dello scrittore, che consente di riconoscerla da lontano.

Mi raccontavano che in passato poca gente andasse a Peredelkino sulla tomba di Pasternak. Ma non dev’essere del tutto vero, poiché oggi si dice pure che le sue esequie, nel 1960, furono la prima manifestazione di dissenso alla quale parteciparono diecimila persone. Eppoi in tutti questi anni puntualmente, affettuosamente, per chissà quali strade, si è fatto in modo di circondare lo scrittore, morto nell’indifferenza ufficiale, di quel rispetto che in vita gli venne a lungo negato.

Quasi a testimoniare che il Paese, nonostante tutto, è sempre riuscito ad individuare qual è il suo posto vero nella storia. Sebbene sia da sempre afflitto da prove terribili non ancora del tutto superate, zeppe di incongruenze e crudeltà, che si riassumono in quella scartocciata bottiglia di plastica nella quale avevano infilato tre garofani, e che trentuno anni fa era davanti alla lapide posta là a ricordare che Boris Pasternak è esistito.

30 maggio 2020

Cominciamo con l’eliminare i vecchi poi si vedrà

Su di un  tema triste come le migliaia di persone morte e in terapia intensiva il più diffuso settimanale economico al mondo, l’ Economist trasforma gli umani in moneta sonante proponendo di calcolare da un lato il costo della chiusura delle città e delle attività, dall’altro lato quello delle vite salvate, un confronto necessario per poter valutare, «fino a quando potremo permetterci di dire che una vita umana non ha prezzo». Gli fa eco il commento pubblicato sul quotidiano economico Sole 24Ore, che testualmente afferma,«non è la mortalità eccessiva a livello nazionale che giustifica il blocco prolungato dei diritti e della vita degli italiani». Siamo fritti?

Il 17 aprile Il Sole 24Ore, il quotidiano economico-finanziario con sede a Milano, ha ospitato un commento dal titolo inquietante: “L’economia ferma e il dubbio sui decessi in Italia”, nel quale i due autori – Paolo Becchi, filosofo e Giovanni Zibordi, trader  invitano a calcolare tra due grandezze: il costo del fermo dell’economia e quello dei morti da Coronavirus.Premettono: “Una buona parte di questo disastro economico è autoinflitto perché l’Italia è il paese che ha adottato il “modello Wuhan” di chiusura totale (“total lockdown”), prima e più di qualunque altro, tanto è vero che oggi si parla di “lockdown” all’italiana.”.Quindi per evitare che il disastro economico si aggravi – spiegano – si devono da un lato misurare il costo della chiusura delle città, delle fabbriche, delle attività e dall’altro lato contare il numero dei morti, perché ribattono, “in base ai dati pubblicati finora, non è morta più gente quest’anno rispetto agli anni precedenti in Italia nel suo complesso”. 

In parole povere si tratta dunque di trovare il giusto scambio tra l’economia e la vita, il “trade off, dal momento che un’economia di mercato non può stare lì a meditare sugli effetti del Covid-19 perchè, “dal punto di vista dell’economia italiana c’è una distruzione di reddito enorme”. Pertanto, “ci limitiamo ad osservare che non è la mortalità eccessiva a livello nazionale che giustifica il blocco prolungato dei diritti e della vita degli italiani.”, concludono sereni il Becchi e lo Zibordi.

C’è poco da rimanere sgomenti, come si sono dichiarati i giornalisti del Sole 24Ore prendendo le distanze dalla pubblicazione nel codicillo in coda al commento. Il capitalismo viaggia con regole semplici e spietate nelle quali rientra il “quanto costa e chi salvare”, che riemerge ad ogni crisi, economica o pandemica che sia.Infatti per restare sul tema, nella sua edizione di Pasqua l’Economist, il settimanale economico più venduto al mondo ha titolato il suo editoriale e la copertina, “A grim calculus“. “Un calcolo truce”. La domanda che si pone l’articolo è sostanzialmente la seguente: “Per quanto tempo saremo in grado di considerare la vita di ogni singolo essere umano, di qualunque età e condizione fisica, al di sopra di ogni considerazione economica?”Possiamo permetterci l’atteggiamento morale di “non dare un prezzo ad una vita?” Dopo tutto “ogni scelta ha un costo” e “il costo del distanziamento potrebbe superare i benefici”. Specifica il settimanale:

“Immaginate che ci siano due malati critici ed un solo ventilatore. Questa è la scelta con la quale si potrebbero confrontare gli staff ospedalieri a New York, a Parigi, a Londra… come è già in Lombardia e a Madrid. l medici dovrebbero dire chi sottoporre al trattamento chi lasciare senza di esso, chi possa vivere e chi probabilmente morire..”Con questo esordio sulla terribile scelta del medico – senza ovviamente chiedersi perché in Inghilterra manchino i ventilatori – l’Economist già indica qual è la scelta da fare. Dopotutto fa capire che, quando si inizia a discutere direttamente di vita e morte, di malattia e sofferenza, utilizzando apertamente lo strumento della valutazione costi-benefici, la conclusione è scontata: il denaro che s’impiegherebbe per salvare gli umani potrebbe essere dirottato su progetti duraturi e innovativi a tutto beneficio della comunità.Insomma, il settimanale inglese insiste senza mezzi termini sulla sua proposta di eugenetica socialeindicandola ai governi come l’unica via possibile per salvare l’economia nel mondo di domani e pertanto realizzabile con:

una misura contabile che aiuti a confrontare cose molto diverse come la vita, il lavoro e la contesa di valori morali e sociali in una società complessa. Maggiore è la crisi, più importanti sono tali misurazioni. Quando un bambino è bloccato in un pozzo, prevarrà il desiderio di aiutare senza limiti, e così dovrebbe essere. Ma in una guerra o in una pandemia i leader non possono sfuggire al fatto che ogni corso d’azione imporrà enormi costi sociali ed economici. Per essere responsabile, devi misurarli complessivamente l’uno contro l’altro.” .

Nello specifico – ripeto – il confronto è sul costo di fermare l’economia e quello delle vite perdute per la pandemia da Covid19. Come dire, potrà anche sembrare nobile sentenziare che una vita umana non ha prezzo, ma è un concetto – avverte il settimanale – da considerare desueto, perché niente è fuori dalla comparazione di valore e dunque tutto ha un prezzo. E’ su questa nuova morale che si agita il mondo politico chiamato a decidere quando come e perché dare inizio, in Italia come altrove, alla cosiddetta “Fase 2”.Naturalmente, parte da qui, dalla teoria utilitarista l’ansia dei due autori del commento sulle pagine del Sole 24Ore.Pretendono di convincere gli italiani che la salvezza dal disastro dell’economia è rappresentata dal ‘calcolo’ dei piaceri e dei dolori, dopodiché si potrà scegliere – con serenità di spirito – il male minore anche in circostanze che implicano il sacrificio di vite umane.Si tenga a mente che questa tesi è pratica corrente in paesi come la Svezia dove in queste settimane di diffusione del virus s’è già deciso di allontanare dalle terapie intensive i vecchi economicamente improduttivi per salvare i giovaniCi vuol poco a capire che se si inizia a discutere direttamente di vita e morte, di malattia e sofferenza, utilizzando apertamente lo strumento della valutazione costi-benefici, dei prezzi di mercato, come ha fatto l’ autorevole e pertanto molto ascoltato Economist si finisce per quietare la coscienza su qualsiasi nefandezza compiuta.Incoraggiare il nuovo stile di valutazione della vita, diffonderlo, significa prepararsi a un dopo Coronavirus che definirlo orrido non sarebbe affatto esagerato.

20 Aprile 2020

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