Alexanderplatz ridiviene simbolo della rivolta

L’anno 2021 è stato giudicato con largo anticipo nero. E’ partito dichiaratamente all’insegna delle difficoltà economiche appesantite dalla pandemia, ragion per cui saremo costretti a prendere delle decisioni, personali e collettive che potrebbero scatenare nuovi e devastanti conflitti.

La peste da Covid19 ha disegnato uno scenario ideale per la classe eletta dell’economia globale, secondo la quale le persone non soltanto sono sempre meno necessarie, ma con le loro richieste di un salario sufficiente a vivere sono considerate una fonte primaria di inefficienza economica. David Korten, economista, professore emerito dell’ Harvard Business School conferma: «Le multinazionali globali si stanno purgando da questo peso indesiderato. Stanno creando un sistema che prevede meno persone e più tecnologia».

Con le quarantene sono emerse anche nel mondo del lavoro delle realtà scioccanti, con il capitalismo-postfordista che ha calcato la mano sul Flexible Capitalism, il nuovo regime di accumulazione basato sulla flessibilità del rapporto di lavoro. Flessibilità che sta – l’abbiamo imparato in fretta – per precarietà, in un mondo postindustriale dove da quattro lustri a questa parte, non si parla più, come scriveva il sociologo Ulrik Beck di divisione del lavoro, ma di “divisione della disoccupazione”. Pertanto non ci vuole molto a capirlo, che con il Coronavirus la fila dei nuovi poveri si è ispessita coinvolgendo anche il ceto medio. “Nuovi poveri” perché a differenza di quanto accadeva prima i senza lavoro vivono nel continuo e logorante sospetto di non essere all’altezza dei tempi che impongono nuovi standard, nuove regole di vita e di lavoro, da qui l’inquietudine permanente di rimanere in eterno disoccupati.

Insomma, la pandemia assieme alla minaccia di perdere il posto di lavoro, provoca nella gente un senso di fallimento, alimentato dall’incapacità di rispondere adeguatamente alle nuove sfide, che minano alle radici la percezione di continuità dell’esistenza e della tradizione, scollegano definitivamente il già mal conciliato tempo di lavoro e il tempo libero, creando così le condizioni di un conflitto permanente tra la personalità dell’individuo e la sua quotidiana esperienza di vita all’interno della comunità.

Per molti versi è il ritratto impietoso e inquietante che Walter Benjamin offrì della Germania di Weimar degli anni Venti, quando nelle grandi città tedesche, come nei piccoli centri di provincia, si diffondevano paura e insicurezza. L’interno borghese del passato guglielmino, simbolo di buon gusto e di piacevole agiatezza, non era più un luogo protettivo, ma un cadavere in putrefazione. La gente non riusciva a tirare avanti. Si parlava soltanto ed esclusivamente dei maledetti soldi, che mancavano sempre. Lo sfacelo era assoluto: vita grama, sudiciume, miseria. Si sopravviveva come relitti assediati, giorno dopo giorno, senza via di scampo. L’analisi sociologica di Benjamin è molto lucida, crudele allarmata. Erano gli anni nei quali Alexanderplatz era , “il cuore pulsante di una città cosmopolita come lo era Berlino”: così la definì Alfred Döblin nel suo celebre romanzo Berlin Alexanderplatz, del 1929.

I PROTAGONISTI DELLA SPARTAKUSBUND

Infatti, più di qualsiasi altra piazza essa era – cent’anni fa – il simbolo di Berlino capitale di cui viene coltivato con tanta cura il mito. Tutte le correnti culturali si incontravano e spesso si confondevano in quella piazza: l’ espressionismo, il dadaismo, il futurismo, il cubismo, il costruttivismo, la Nuova Obiettività. Era la stagione nella quale una diciottenne di nome Marlene Dietrich, figlia di un tenente di polizia, faceva le sue prime apparizioni nei teatri, in cui regnava Max Reinhardt, e negli studi cinematografici, dove più tardi Sternberg l’avrebbe fatta recitare nell’ Angelo Azzurro. Duecentocinquanta caffé e cabarets animavano la zona intorno ad Alexanderplatz fino a raggiungere Friedrichstrasse. I film di Fritz Lang offrono alcune immagini di quel cuore della città ansiosa di dimenticare la guerra e la rivoluzione, incapace di sfuggire alla crisi.

È nel cuore della capitale Berlino che nasce e si diffonde (1918-1919) la Lega di Spartaco (in tedesco Spartakusbund), un’organizzazione socialista rivoluzionaria d’ispirazione marxista. Il nome di Spartaco era stato voluto poiché richiamava in quel presente il passato mitico della rivolta degli schiavi nella Roma dei Cesari. Raccontano i libri di storia che costituitasi in seno al movimento pacifista tedesco, sorto in reazione agli orrori della Grande Guerra, la Spartakusbund divenne, di fronte all’imperante militarismo assunto dai socialdemocratici al potere, il primo nucleo di quello che sarà poi il Partito Comunista di Germania.

Il movimento avrà vita breve. Nel gennaio del 1919, gli spartachisti insorsero contro il governo socialdemocratico che aveva vanificato le loro richieste, ma vennenro brutalmente repressi dall’esercito tedesco e dai Freikorps (“Corpi franchi”, organizzazioni paramilitari anticomuniste assoldati dallo stesso governo socialdemocratico al potere). Sono centinaia gli spartachisti che saranno assassinati, inclusi gli stessi fondatori del movimento, Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, la quale sarà gettata nel Landwehrkanal in prossimità del ponte di Lichtenstein. Pochi anni dopo Franz Hessel in uno dei suoi saggi raccolti in Spazieren in Berlin (1929), annotava che, “contemplando i riflessi dei rami nell’ acqua, si stenta a immaginare che il silenzio di questo ponte fu profanato da delinquenti che, a qualche passo da qui, gettarono nell’ acqua il corpo agonizzante di una nobile combattente che ha pagato con la vita la sua bontà e la sua bravura.”.

Naturalmente, mano a mano che la Germania diventava nazista, il centro di Berlino si spostava verso Ovest, abbandonando i quartieri popolari, e lasciandosi alle spalle Alexanderplatz e Friedrichstrasse, le quali non perdettero le vetrine e i caffé, ma conservarono soprattutto i disoccupati e le prostitute. Accadde perchè Il Nazismo nascente aveva bisogno di scenari ben diversi , puntava alla Kaiser-Wilhelm-Gedaechtniss-Kirche quella chiesa evangelica non ancora ferita dai bombardamenti angloamericani, intorno alla quale negli anni Venti e Trenta si raccoglievano i ricchi che poi sostennero Adolf Hitler nell’ascesa al potere.

Sono pagine di Storia che tornano alla mente da quando le manifestazioni, le proteste, le rivolte spesso molto violente, si vanno infittendo in Europa come altrove, da parte di una folla di disobbedienti molto variegata, nella quale numerosa è la presenza della classe media. Tant’è che in Europa, persino i moderati e i vecchi conservatori sono seriamente preoccupati per la tenuta del sistema sulla quale si regge la civile convivenza, al punto tale che ormai già si parla di “post-democrazia”, vuol dire che il peggio deve ancora arrivare.

Succede perchè la vita precaria intesa nella sua accezione più ampia, funziona come un collante sociale all’interno della dimensione pubblica. La protesta non è più nella fabbrica, ma è scivolata nella piazza. Come spiega la filosofa Judith Butler, «La libertà è qualcosa che si esercita il più delle volte insieme agli altri, e non necessariamente in modo unitario o conforme. Tale esercizio non presuppone né produce un’identità collettiva, quanto, piuttosto, un insieme di possibilità e di relazioni dinamiche che includono forme di supporto reciproco, conflitto, rotture, gioia, solidarietà».

Il riferimento è a un framework che abbraccia tutti i soggetti «precari», dunque le persone definite «vulnerabili» perché esposte alle disparità economiche, alle discriminazioni di genere, relegate a una scarsa o pregiudizievole visibilità all’interno dello spazio pubblico come i migranti, i disabili, i transessuali. Allora, i soggetti performano la loro precarietà, rivendicano le loro modalità di azione, inscenano i loro bisogni all’interno di uno spazio, la piazza appunto, che è di tutti. Vivono uno accanto all’altro, dormono in piazza nel caso delle occupazioni. Sono i soggetti esclusi, sono i borghesi impoveriti i nuovi protagonisti delle rivolte.

COSA C’ENTRA LA PANDEMIA CON LE RIVOLTE

E’ più che naturale che dagli squilibri provocati della pandemia sia nato un desiderio ansioso di interrogarsi, che ha avviato una ricerca profonda sui valori che accomunano gli uomini, sui criteri che li regolano, sui perché le regole tradizionali si scontrano con le nuove con effetti laceranti, e infine sul senso stesso dell’esistenza.

Nell’immaginario collettivo, l’evoluzione del sistema economico degli ultimi decenni ha progressivamente condotto all’implicito diktat “l’efficienza precede l’equità”, sicché viene accettato come se fosse una cosa naturale, che le disuguaglianze economiche siano il prezzo da pagare per garantire la continua crescita delle nostre economie avanzate.

Dopotutto, c’è una presa di distanza contagiosa della politica, che accomuna gli Stati europei, sulle «questioni sociali», poiché esse sono difficili da gestire, perchè l’ oggetto del contendere non sono le ragioni di lavoro, bensì le condizioni di vita che si prestano facilmente a infinite manipolazioni mediatiche e populiste. Nessuno, e tanto meno la sinistra di tutta Europa cerca di dare una dimensione a questo malessere che rischia di degenerare con la pandemia, e che dilania le comunità che ne sono afflitte, mettendo in discussione l’insieme dei rapporti sociali. A gestire il malessere ci pensano le destre a conduzione alla Salvini, “presenti” e “vincenti” in Germania, Polonia, Ungheria, Italia, Lituania.

Quale sarà il futuro comune della coesistenza? Prevarrà la cultura del rispetto dei diritti umani o quella dell’human security con la quale si limiteranno gli spazi democratici e si privilegeranno le leggi coercitive che ben conosciamo? Prevarranno le libertà civili o le leggi di sicurezza, gli imperativi dei sacri testi? Sono queste le domande ricorrenti, benché il media mainstream volutamente le ignorino, perché – assicurano – è inutile immaginare un mondo diverso. A rafforzare l’invito alla rassegnazione molto vi contribuisce il chiasso intorno alla scoperta del vaccino, al “che bravi che siamo” che suona come un richiamo ad accontentarsi, ad essere pragmatici, a rispolverare la saggezza spicciola che predica la conquista del proprio tornaconto personale, come una ragione di vita.

Dopotutto, l’enfatizzazione a livello planetario della “scoperta” del vaccino anti Coronavirus, è diventata un insospettabile sipario dietro il quale si nasconde e opera una nuova compagine di comando eletta dalla globalizzazione, che unisce dirigenti politici, uomini d’affari, multinazionali, rappresentanti dei media, tutti convinti della pericolosità del “ proprio popolo” ogni qualvolta esso constata che nella stagione della pandemia dell’emergenza, l’economia è affidata al governo degli “esperti” che penalizzano gli aspetti sociali con il sostegno della polizia.

Stando così le cose, la protesta è destinata a perpetuarsi nonostante i ricordi terribili, come quello di Rosa Luxemburg alla quale spaccarono il cranio con il calcio di un fucile, prima di gettarne il corpo nel canale. O i più recenti, altrettanto orribili, come quello di George Floyd l’afroamericano soffocato dal poliziotto a Minneapolis. Non a caso il suo “I can’t breathe”, “Non respiro”, è divenuto l’inno delle rivolte, la denuncia del sistema del Capitale che ha reso il respiro un privilegio di pochi e ha condannato i poveri (vecchi e nuovi) all’asfissia per spogliarli del diritto della rivolta, cioè del diritto di esistere.

Vincenzo Maddaloni

Essere donna nel tempo della pandemia

Si continua a definire le donne l’“ultimo bastione” nella lotta per la sopravvivenza contro il Covid19. La loro importanza e la loro funzione dovrebbero quindi essere considerate all’interno di questo contesto, riqualificando il loro lavoro con una remunerazione adeguata. Dopotutto il Covid19 ha evidenziato che, la maggior parte di coloro che sono in prima linea nella lotta alla pandemia sono proprio le donne, perché esse rappresentano il 70 per cento di tutto il personale sanitario e dei servizi sociali a livello globale.

Naturalmente, esse sono in maggioranza tra personale di servizio negli ospedali – addette alle pulizie, lavanderia, catering – e come tali hanno maggiori probabilità di essere esposte al virus. Infatti, «in moltissime aree, esse hanno un accesso limitato ai dispositivi di protezione individuale o alle attrezzature di dimensioni adeguate». Lo conferma Gaya Spolverato, medico chirurgo e presidentessa dell’associazione Women in Surgery Italia, quando sottolinea che, “Sono per lo più donne le laureate in Medicina che sono inviate a dare supporto alla carenza di personale. Sono per lo più donne le infermiere e le operatrici sanitarie nei reparti e nelle rianimazioni. Sono per lo più donne i medici di base che hanno pagato con la loro vita l’incertezza iniziale nell’affrontare quella che poi si è manifestata una pandemia. Sono donne le impiegate delle imprese di pulizia negli ospedali, che sanificano le stanze Covid. Sono donne che spesso a casa hanno famiglia e mettono a rischio la loro vita e quella dei loro bambini e dei genitori anziani, durante le attività di invisible care.”.

Succede in un momento storico nel quale l’immaginario della fabbrica è scomparso al punto tale che, non si ha piú neanche bisogno di un padrone a cui vendere la nostra forza lavoro, o di un capo che sorvegli la durata della nostra pausa sigaretta. Oggi c’è la consapevolezza che si lavori sempre, che si esiste perché si lavora. Il paradosso è che si parla sempre più di lavoro nel momento in cui il lavoro viene sempre di più a mancare e quando c’è, è precario, è volatile.  Proprio in virtù di questi ribaltamenti epocali esso si svolge in un contesto – lo smart working – nel quale vita privata e lavoro si sovrappongono di continuo fino allo stremo. Un contesto in cui le donne sono “le più penalizzate”, proprio perché la Storia le ha condannate a subire. E non è un caso se nel terziario avanzato le più valorizzate sono quelle soft skills – l’operaismo lo definisce “lavoro immateriale”- nelle quali le donne eccellono con la la loro capacità di adattamento, di resistenza allo stress, di precisione e di attenzione ai dettagli, con la capacità di non perdere il controllo davanti un problema inaspettato. Tanto per citarne alcune.

Rimane un’eccellenza non ripagata, anzi. Infatti, è in crescendo la feminization of poverty, la femminilizzazione della povertà, che si diffonde – è acclarato – in maniera esponenziale in tutto il mondo con l’avanzare del processo di globalizzazione a cui si sono aggiunti i danni all’economia provocati dal Coronavirus. Il quadro è impressionante se si limita all’analisi dei fattori socio-demografici (età, titolo di studio, sesso). Diventa tragico nei Paesi del capitalismo avanzato, ogni qualvolta l’informazione non ufficiale porta alla luce nuove realtà sociali. Come quella delle donne – single, madri e anziane sole, vedove, separate o divorziate – che devono provvedere autonomamente al proprio sostegno e a quello dei figli o di altri componenti del nucleo familiare. 

E’ risaputo che le donne vivono di precariato con gli stipendi inferiori a quelli degli uomini con l’instabilità economica a tutto tondo . E’ risaputo che la percentuale di lavoratori a “bassa paga” è più alta tra le donne: raggiunge il 12,5 per cento e il 37 per cento per le giovani fino a 24 anni. E dunque, se la povertà è il risultato dei processi di esclusione sociale, economica e politica fra gli esseri umani, lo si deve alle politiche liberiste e devastanti delle economie globalizzate, dove le donne sono le più colpite,

Pertanto, la femminilizzazione della povertà non è uno slogan bensì una certezza anche nel secondo millennio, poiché l’impoverimento non casca dal cielo. Si nasce donna o uomo, bianco, nero o giallo, ma non si nasce poveri. Lo si diventa. Le donne sono le più colpite, poiché sono esse per prime a subire gli effetti dei diktat delle principali istituzioni della mondializzazione – Fmi, Wto, Banca mondiale – che non sradicano la povertà, l’accentuano.

Il vero responsabile di quanto sta accadendo strutturalmente è il sistema finanziario nato trent’anni fa dopo l’implosione dell’Unione Sovietica. Esso ha frantumato il legame fondamentale tra lavoro, reddito, benessere, dignità, da una parte, e diritti sociali, civili e politici, dall’altra parte. Non ci vuole molto a capire che con la pandemia aumenterà l’impoverimento e l’esclusione sociale. Le donne – s’è detto – sono da sempre le prime vittime, lo saranno ancora a lungo.

I tedeschi i conti dei morti da Coronavirus li fanno a occhio

BERLINO – Sembra incredibile, ma l’efficientismo tedesco che in tutta l’Europa incute un timore reverenziale al quale si aggiunge spesso anche un penoso senso di inferiorità , si dissolve nella grandissima parte dei loro ospedali stravolti dalla pandemia. Ne è un esempio il conteggio – dal lunedì al venerdì – dei malati, dei ricoverati in terapia intensiva, dei morti di Covid19. Soltanto cinque giorni alla settimana, poiché di mezzo c’è il week end, che per regola non lo si sospende nemmeno in una situazione di emergenza. Questo e altro aiuta a pesare la spensieratezza con quale, gli apparati burocratici degli ospedali classificano il numero dei malati e poi ne inviano l’elenco by fax al distretto sanitario di appartenenza.

Sì, ricorrono al fax, il vecchio fax, perchè la digitalizzazione della Sanità in Germania è ancora tutta da inventare, e quel poco che è stato fatto, non è stato ancora completato. A denunciarlo è il Deutsches Ärzteblatt , l’organo ufficiale dell’Associazione dei medici tedeschi che è di gran lunga la rivista medica con la maggiore tiratura, 350 mila e passa le copie vendute alla settimana.

Nell’articolo che s’intitola, “La digitalizzazione delle Sanità non procede”, dopo aver ricordato che a maggio di quest’anno il governo federale aveva stanziato 50 milioni di euro per “l’ammodernamento tecnico dei percorsi sanitari”, il settimanale sottolinea che a tutt’oggi “non è stato elargito nemmeno un euro”, per individuare le giuste tecnologie da implementare nella guerra contro il coronavirus. Il lamento dei medici è a forti tinte, come mai era accaduto prima. Da anni essi reclamano il digitale nella Sanità, perchè – in Germania come altrove – non è soltanto una questione di tecnologia bensì di cultura, poiché rimodellando l’organizzazione del lavoro il digitale può aumentare i benefici per i pazienti, gli operatori e il sistema sanitario stesso.

Evidentemente, anche con la pandemia che incombe il problema non sembra sia considerato prioritario in un Paese nel quale, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera di qualche giorno fa, il presidente dell’Accademia federale per la Sicurezza, Ekkehard Brose, ha annunciato urbi et orbi che, “Il ruolo di leadership della Germania” sarà il “presupposto per un’Europa capace di agire in tutti i settori della politica europea”. Ciò servirà “sia per affrontare le minacce globali come il riscaldamento del pianeta, le migrazioni e le pandemie”, e infine “per competere nel campo dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie strategiche”.

Intanto, nell’attesa che le promesse del presidente Brose si concretizzino la Bayerischer Rundfunk ( BR ), l’emittente statale che dal 1926 trasmette i notiziari in tutta la Baviera, ha spiegato il perchè i resoconti degli ospedali giungono con tanto ritardo e tanta approssimazione all’Istituto Robert Koch, l’ente di controllo e della prevenzione delle malattie infettive in Germania, che gestisce gli interventi sulla pandemia. Riassumendo al massimo: per ciascun paziente che entra in ospedale sono necessari non meno di due giorni per diagnosticarne la malattia, e qualche altro ancora per registrarlo come persona infetta da coronavirus. La diagnosi viene poi ricopiata a mano su un modulo e inviata via fax al proprio distretto di riferimento, del tutto simile all’italiana SISP, (servizi di Igiene e Sanità pubblica) delle Asl. Ce ne sono 76 di distretti in tutta la Baviera precisa l’emittente di Monaco, per dare meglio l’idea del numero di persone impegnate nel lavoro di amanuense.

Infatti, in quegli uffici i referti degli ospedali sono di nuovo ricopiati e inviati sempre via fax all’ ente regionale della Salute e della Sicurezza nazionale, il quale a sua volta li inoltra allo Stato federato (in tedesco Länder). Con quale mezzo poi quest’ultimo li trasmetta all’istituto Robert Koch di Berlino al quale è assegnato il compito di tirare le somme, non è dato sapere. Come pure il tempo che si impiega con la trasmissione a colpi di fax, nel “ segnalare i casi positivi il più rapidamente possibile”, come invoca l’Istituto di Berlino.

Accade che, tra “carenze e confusioni” – spiega la Bayerischer Rundfunk – i risultati dei conteggio quotidiano dei malati e dei morti da Covid19 dei Länder e dell’istituto Kock siano spesso divergenti. Ragion per cui leggendo le statistiche tedesche, nessuno – in Europa e nel Mondo – saprà mai se i dati sono arrotondati ad arte per difetto o per eccesso. Meglio dire che i tedeschi i conti dei morti da coronavirus li fanno a occhio.

28 Ottobre 2020

In Italia piace Joe Biden? Dicono di sì. Non è così

L’altra sera mi sono imbattuto per caso in un programma di Rai 3 (Mezz’ora in +, mi pare s’intitolasse), nel quale un “resuscitato” Massimo D’Alema si affannava a sciorinare analogie tra le famiglie politiche americane e quelle italiane, soffermandosi sulla liaison – secondo l’onorevole- esistente tra i democratici americani e quelli  italiani. In un patetico confronto con alcuni rappresentanti del media mainstream altrettanto affannati a dimostrare che le analogie esistono e con esse l’opportunità di dedicare un programma televisivo fino a notte fonda alle elezioni americane.

Da quel poco che ho visto nessuno degli intervistati si è soffermato sul fatto (tantomeno D’Alema) che i due partiti tradizionali americani – Repubblicano e Democratico –  non hanno mai messo in dubbio l’economia di mercato e la tutela assoluta della proprietà privata e, che di socialismo e di marxismo non ce n’è quasi per niente nella storia del Paese. Infatti, il Partito Comunista degli Stati Uniti d’America (CPUSA)  conta circa cinque mila  membri per tutti gli States. Dopotutto negli USA  socialismo è un lemma da dizionario che equivale a “comunista“, “bolscevico“, “estremista di sinistra“.

Si tenga a mente poi, che i democratici americani sono quelli che hanno firmato il Defense of Marriage Act, la legge che consentiva il matrimonio soltanto tra uomo e donna, e che La Corte suprema nel 2015 ha annullato legalizzando il matrimonio tra persone delle stesso sesso. Nello specifico Joe Biden che ne è stato, è e rimane con la corsa a presidente Usa, il personaggio più di spicco del partito, è anche colui che negli anni Settanta si oppose con veemenza all’integrazione razziale del trasporto pubblico, che oggi suona orrida, ma a quel tempo era un’ottima occasione – anche per il democratici – per raccogliere consensi.

Non a caso Evan Osnos giornalista del New Yorker, nella sua recente biografia del personaggio ha scritto che “La candidatura di Biden fa leva sulla scommessa che quando il pendolo della storia oscillerà lontano da Trump, essa si baserà sull’esperienza politica da lui stesso vissuta, e non sullo zelo giovane dei progressisti”. Infatti, Joe Biden è liberista in economia, liberale in materia di diritti civili, ma non meno imperialista di Trump sul fronte della politica estera. Egli appartiene a  quella vasta schiera di democratici, cresciuti nell’era Reagan, i quali sostengono  che l’arte del negoziato, del compromesso, dell’apparire sorridente e perciò moderato, sia la solo chiave per affermarsi.

Insomma Joe Bider  è di un pragmatismo che sconcerta. Piace a tutti coloro – negli Usa e in Europa – che lo sostengono perché non vogliono stravolgimenti nella gestione del potere in un mondo, che la pandemia ha già cambiato. Ci vuole poco a capirlo e a sospettare di chi ne afferma il contrario.

Graphic by Michael Seppanen

6 Novembre 2020

6 Novembre 2020

In Italia pure il Resquiant in pace è complicato

La conclusione è triste di una situazione già di per sé triste, ma se la democrazia vuol dire soprattutto difesa dei diritti civili, questo è uno dei molti casi in cui sono disattesi. Parlo delle «Norme in materia di consenso informato e di Disposizioni anticipate di trattamento» (DAT), comunemente definite “testamento biologico”, mediante il quale ogni persona in previsione di una sua futura incapacità a comunicare può, attraverso le Dat, «esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari», senza eccezione. Inoltre egli può delegare anche «una persona di sua fiducia» che «lo rappresenti nelle relazioni con il medico».

Pertanto, nell’epoca del Covid19 con il riepilogo quotidiano della conta dei morti, e con le descrizioni minuziose di come esse avvengano, è più che naturale che in qualche casa, in qualche ospedale, in qualche famiglia ci si ponga, concretamente, il tema del diritto a una morte dignitosa, e sul come pilotarsi il “fine vita” in un paese – l’Italia – dove la legge sul testamento biologico è operativa soltanto dal 31 gennaio 2018, dopo una gestazione lunga e tormentata, anche per via di quei tremila emendamenti presentati per lo più dalla Lega Nord.

Tuttavia , negli anni è cresciuta nel Paese la contrarietà a ogni tipo di accanimento, che aveva trovato piena legittimità – a livello europeo – con la Convenzione di Oviedo (aprile 1997) per la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere umano, sottoscritta e ratificata anche dall’Italia. Del resto anche la Chiesa cattolica – che si salvi il “Requiescat in pace”  innanzitutto – aveva considerato lecito “sospendere l’applicazione delle cure quando i risultati non rispondono all’aspettativa”, tenendo conto del “giusto desiderio del malato e dei suoi cari” (Enciclica Evangelium Vitae). Un impegno corale che nel tempo si è rivelato soltanto a parole.

Naturalmente, sono stati fatti indubbi passi avanti sulla terapia antidolorifica in molti Paesi europei che quella strada l’hanno intrapresa da quell’aprile del 1997, con precisi paletti e con regole tassative tali da garantire la persona malata, i suoi familiari, i medici e la collettività. Nella Berlino luterana il testamento lo si consegna al medico di base che provvede a registrarlo. In Italia – come detto –  nel 2018 si è varata la legge così tanto sofferta, dopo di che è calato il silenzio. Pertanto oggi è ancora un’impresa non da poco cercare su Google, un modulo sul quale elencare le proprie Dat che devono essere redatte in forma scritta e sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento. Non ci sono indicazioni chiare dove esse devono essere consegnate, più d’uno (l’ho verificato) dei medici di base non ne è a conoscenza.

Succede, perché la legge sul testamento biologico parla chiaro: spetta alle amministrazioni pubbliche responsabili della materia attuare la legge per quanto riguarda le risorse umane, strumentali e finanziarie. Ma, specifica il testo, “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Ecco l’inghippo, la tragedia per chi non sa smanettare sul pc. Il Requiescat in pace? Non è garantito.

Soltanto dopo ricerche approfondite – sempre su Google – si scopre che essere vanno consegnate all’ufficio di Stato civile del Comune di residenza, ma si scopre anche che ogni comune usa un proprio modulo, con questionari diversi. Per esempio: c’è il Comune che richiede nella dichiarazione anche il numero dell’iscrizione all’albo dei medici del proprio medico di base, altri comuni che non lo richiedono affatto. Qual è quello giusto? Il dubbio diventa atroce per tutti coloro (sono tanti) che devono presentare comunque il modulo ai Comuni (sono tanti) che non ne hanno emessi di propri. Si troverà un funzionario comprensivo di tanta esitante mestizia? Al comune di Venezia ho trovato Alessia, mi ritengo fortunato.

21 ottobre 2020

E’ guerra di religione nel Nagorno Karabakh

Uno dei minareti della moschea di Agdam
trasformata in stalla

Ufficialmente è dal 1992, che i musulmani azeri e i cristiani armeni si stanno combattendo per il governo del Nagorno-Karabakh, una regione del Caucaso meridionale che si trova all’interno dell’Azerbaigian ma che si è autoproclamata indipendente circa trent’’anni fa, abitata prevalentemente dagli armeni, teatro di conflitti da quando si sciolse la federazione transcaucasica nata dopo il crollo dello zarismo. L’Armenia la reclama come suo legittimo territorio, l’Azerbaigian rifiuta ogni concessione in merito. Tutti i fili di una possibile soluzione politica sono ingarbugliati da una vera e propria guerra scoppiata tra le due repubbliche e combattuta da due eserciti forti di granate, mitraglie, elicotteri e di quanto erano riusciti a strappare dagli arsenali dell’Urss appena dissolta. In quattro anni lo scontro era indietreggiato nelle campagne, si era spostato nei paesi, era dilagato nei villaggi con una furia primitiva e selvaggia che aveva causato 30 mila morti (soprattutto azeri) e un milione di sfollati (quattrocento mila armeni un tempo residenti nell’Azerbaigian e cinquecentomila azeri residenti in Armenia e Nagorno-Karabakh), molti dei quali ancora oggi vivono nei campi profughi perché non sono potuti tornare alle loro case.

Sono state quelle baracche le prime ad essere colpite e subito dopo quartieri residenziali in entrambi i paesi, anche al di fuori delle zone contese. Colpi di artiglieria pesante e razzi hanno raggiunto – nelle ultime 48 ore – la capitale del Nagorno Karabakh, Stepanakert, e le città azere di Ganja e Mingachevir. Secondo il Cicr si contano già decine di morti e feriti tra i civili, con centinaia di scuole, ospedali e abitazioni distrutte. Questi fatti, secondo il comitato, rischiano di violare il diritto internazionale umanitario che vieta gli attacchi indiscriminati e sproporzionati. L’improvvisa escalation è dovuta al fatto che dopo quasi trent’anni di immobilità l’Azerbaigian sta cercando di riconquistare le sue posizioni sul campo, benché La Francia, gli Stati Uniti e la Russia, i tre paesi che costituiscono il gruppo di Minsk incaricato di organizzare una missione nella regione, abbiano condannato la piega presa dalle ostilità nella giornata del 5 ottobre.

Screenshot from a BBC video explaining the geography of the conflict

Eppure risale al 5 maggio del 1994 la firma, a Bishkek in Kirghizistan, del  cessate-il-fuoco che non è stato mai rispettato. Tuttavia il Nagorno-Karabakh, protetto dall’Armenia, ha ottenuto l’indipendenza de facto, anche se questa non è ancora riconosciuta dalla comunità internazionale. Così i due Paesi sono ancora tecnicamente in guerra. Infatti  i rapporti tra Armenia e Azerbaigian sono diventati nuovamente molto tesi e nel settembre scorso i cannoni hanno ripreso a sparare devastando – come detto -Stepanakert: il capoluogo del Nagorno-Karabakh che armeni e azeri si contendono da decenni e che è al centro di questa nuova ondata di violenze che in due settimane dall’inizio del conflitto ha ucciso almeno 450 persone alle quali vanno aggiunte quelle delle ultime 48 ore. Così stando le cose c’è il timore che il conflitto possa estendersi alla Turchia, che appoggia l’Azerbaigian, e alla Russia, legata all’Armenia da un’alleanza militare. Per chi volesse ricamarci sopra, e sufficiente ricordarsi che la Turchia è membro di spicco della Nato.

Queste sono le grandi incognite di un conflitto che affonda le radici nella storia di due diversi credi religiosi – musulmani gli azerbaigiani e cristiani gli armeni – che porta un vecchio conflitto al centro di un nuovo contesto geopolitico. Ne è una riprova Agdam, una cittadina che quando era azera aveva sessantamila abitanti e oggi ne conta trecentocinquanta per lo più pastori e contadini. Sicché Agdam è diventata una città fantasma, sicuramente tra le maggiori al mondo. Non a causa di un’epidemia, ma per scelta della nazione armena che decise di raderla al suolo, dopo averla conquistata il 24 luglio del 1993, per prevenire la sua riconquista da parte dell’Azerbaigian. Da allora essa fa parte del territorio della repubblica del Nagorno Karabakh, nella regione di Askeran, a una sessantina di chilometri dalla capitale Stepanakert.

Ricordo che quando vi giunsi nel 1992, un anno prima che la conquistassero gli armeni, Agdam era già ricolma di macerie,  e il cuore della cittadina era diventato un cimitero a modo suo monumentale, con tutte quelle tombe ricoperte di terra color ocra e con le foto dei morti impallidite e sgranate dall’ ingrandimento, fasciate nel nailon per resistere alla pioggia. Il vecchio Ahmed, il custode del cimitero, che conosceva la storia di tutti quei morti, ogni volta la ripeteva trasformandola in leggenda: «Ecco la fossa della bella Leyla, uccisa dalla fucilata di un cecchino mentre portava da mangiare al fidanzato al fronte»;  «Fermatevi  davanti al destino tragico dei coniugi schiacciati dal crollo della loro casa colpita da una granata»; «Silenzio, qui dove il muro dei fiori è più  alto, sopra la foto infantile di Reza che è morto a dodici anni con un colpo che gli ha  trapassato la testa».

Il furore popolare aveva trasformato quei morti in martiri. Dal cimitero di Agdam, come da tutti quelli dei paesini percossi dalla guerra, il sentimento religioso del martirio divenuto politico si allargava e tuttora si allarga fino a raggiungere la capitale Baku per dominarla. E’ l’idea tragica dello yolum, della morte cantata dai mullah – che pervade ogni cosa e le vaga «attorno come una cammella cieca» – quella che riscrive la storia, immobilizza l’attualità e condiziona la politica.  Perché oggi come ieri il Paese vive la sconfitta militare come l’ingiustizia suprema e calcolata, subita per volontà di Mosca, la quale, non potendo tollerare per questioni geopolitiche ed economiche un Azerbaigian troppo “occidentale”, sostiene gli armeni cristiani, nemici dei musulmani azeri da sempre.

Sicché i morti degli scontri di poche settimane fa, sono il nuovo anello della lunga catena dei martiri. Sono essi ad essere evocati ogniqualvolta c’è da rispondere ad un’accusa. Accadde dopo i pogrom azeri contro gli armeni; dopo l’eccidio di Sumgait (26 febbraio 1988) sul Mar Caspio, durante il quale furono uccisi a colpi di coltello o scaraventati dalle finestre più di cento armeni. Accadde dopo il blocco delle frontiere agli armeni colpiti dal terremoto. «Per svuotare l’Armenia di qualsiasi forma di vita», spiegavano i volantini  del Fronte popolare. Così ogni conflitto con gli armeni era ed è tuttora un episodio isolato da ogni altro contesto, diventa sindrome di separatezza e di martirio capace di unire il risentimento con l’orgoglio nazionale, il riformismo politico e l’antimodernismo islamico, l’ossessione della persecuzione e l’esaltazione della tragedia.

Ai ministri del culto resta il compito di alimentare il dolore e coltivarlo, per raccoglierne il frutto politico, che si traduce per esempio nel sostegno incondizionato al Consiglio Turcodopo che esso ha cooptato due organizzazioni in precedenza autonome: l’Accademia Turca, fondata nel 1992 in Kazakistan, e la sua Assemblea Parlamentare fondata nel 1998 in Azerbaigian. Così facendo, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan e Turchia si sono legati in un patto che si fonda sulla fede e sul petrolio.

Uno scrittore “laico” come Razul Anar me l’aveva a suo modo profetizzata una ventina di anni fa, la crescita islamica. Nel salone colmo di stucchi dell’Associazione degli Scrittori, egli mi ricordava che loro, gli azeri, per  primi avevano condannato  gli eccidi di Sumgait, ma «nessuna voce internazionale s’era levata per condannare la strage di Hodgiali, dove duemila azeri erano stati passati per le armi dagli armeni. Il che vuoI dire», mi spiegava, «che  per giudicare si usano due pesi e due misure, per cui noi siamo vittime di ambedue le guerre: di quella “fredda” e di quella “calda” che si combatte sui campi di battaglia intorno al Nagorno-Karabakh. L’unica cosa certa è che per ora i fondamentalisti islamici sono una minoranza, ma questa invasione armena può regalare loro moltissimi nuovi fedeli».

Ricordo che sul cippo all’entrata del cimitero di Agdam, dove si deponevano i cadaveri per l’ultima  abluzione, i mullah itineranti spiegavano che Munkar  e Nakir (i due angeli inquisitori che interrogano i morti al fine di certificarne o meno la retta fede islamica),  non sarebbero intervenuti, perché per i caduti di quella guerra non ci sarebbe stato il «tormento della tomba»,  fino al Giudizio Finale che apre ai peccatori le porte infernali, coi suoi tormenti e le sue sofferenze. Infatti Allah, Signore dei mondi, aveva già salvato i morti della guerra del Karabakh, poiché essi «hanno dato la vita per la Patria, si sono conquistati la gloria, dunque sono santi», recitavano i mullah.

Ma non pensate agli azeri come ad un popolo avviluppato in un’arretratezza secolare, incupito dalla tragedia della guerra, ma offeso, questo sì, a  tal punto da spingersi nelle braccia dei mullah con la certezza di vedere in un giorno prossimo riscattata la linea del confine. E’ lo stesso paesaggio dalle parti del Karabakh che sembra confermare quest’attesa. Infatti, il giro piatto dell’orizzonte con il profilo lontano delle montagne del Caucaso, che si alzano improvvise tra i barbagli di giallo alle pendici e i riflessi bianchi di neve in lontananza disegnano un confine, almeno in senso psicologico. Poiché lì, in un punto ove le montagne altissime si avvicinano, Alessandro Magno avrebbe costruito la barriera per salvare questa parte di mondo dalle orde di Gog e Magog, le quali «non poterono scalar la muraglia, non poterono aprirvi una breccia», come recita la diciottesima sura del sacro Corano. Fu di qua delle montagne a nord di Agdam, nella città di Bardà che Alessandro Magno incontrò la regina Nushaba e la sua corte di amazzoni, com’è raccontato nella KhamséI cinque tesori, il poema di Nezami, il massimo poeta azerbaigiano. Intorno all’anno Mille, Nezami ripercorse la leggenda alessandrina adornandola di «gemme di Persia e d’Arabia», come gli aveva ordinato il suo augusto committente,il sultano Ahsitan della più lunga dinastia islamica, quella  degli Shirvanshah, che durò dall’861 al 1538. Si tenga a mente poi che  Nezami, considerato il più grande poeta epico-romanzesco della letteratura persiana, è apprezzato e condiviso da Iran, Tajikistan, Afghanistan e Azerbaijan. Così meglio si capisce di che forza è il collante che unisce queste genti.

Quando nell’Ottocento da quelle gole scesero i russi dilagando verso la Persia, il popolo subito li paragonò alle orde di Gog e Magog e lo sgomento fu così grande che si è tramandato di generazione in generazione fino ai nostri giorni, perché la dominazione russa è stata – a sentir loro – la più grande disgrazia che gli potesse accadere. L’economia agricola fu stravolta  dalla monocoltura del cotone imposta nei settant’anni di potere moscovita e gli azeri furono trattati come una colonia della Russia, la quale aveva russificato perfino i nomi di famiglia (gli Hussein e i Reza diventarono Gusseinov e Rezaev e lo sono tuttora).

Naturalmente i soldati oggi sulla tuta mimetica hanno un distintivo che riproduce i colori dello stendardo della Repubblica azerbaigiana democratica, la quale durò dal 1918 al 1920, la prima in tutto l’Oriente, dove l’azzurro ricorda la libertà, il rosso con la mezzaluna l’appartenenza alla razza turca, il verde il colore dell’Islam. Va pure detto che  questo Stato musulmano, ricco di petrolio e fornitore di energia all’Europa, oltre che rotta di transito per le truppe Usa, è governato da vent’anni dalla stessa famiglia: Gejdar Aliev, presidente azero dal 1993 e in precedenza numero uno del partito comunista (così come tutti i presidenti caucasici e centroasiatici arrivati al potere dopo il crollo dell’Urss), nel 2003 ha affidato l’incarico al figlio Ilham, suggellando un passaggio di consegne che non ha precedenti nello spazio postsovietico. Così in Azerbaigian si continua ad amministrare con altrettanta disinvoltura, ricorrendo a  misure di facciata per sedare il malcontento popolare e alla repressione sistematica per tacitare ogni forma di dissenso, come è avvenuto qualche mese fa  appena s’è avuto il sentore di una rivoluzione detta dei gelsomini, dentro i confini di casa.

Tuttavia sono i racconti su quel che accade lungo la frontiera col Karabakh, assieme a quelli dei profughi e le fotografie dei morti negli scontri che si succedono di anno in anno, a scuotere la gente, soprattutto quella delle campagne che rappresenta la maggioranza della popolazione. Così rimbalzano come d’incanto gli scenari delle case distrutte, dei giardini devastati, delle moschee  in rovina, di pezzi di storie private che riemergono dal fondale del furore collettivo  sempre pronto a scatenarsi ogniqualvolta un fatto si collega al  Nagorno-Karabakh,  “usurpato” dall’Armenia cristiana.

Venti cinque fa sulla linea del fronte, siccome era da poco collassata l’Urss e con essa anche l’Armata Rossa, non c’era un esercito regolare, ma  una sorta di guardia nazionale composta da volontari, molti dei quali giovanissimi, con indosso la tuta mimetica senza né gradi né mostrine, ma soltanto una coccarda con i colori della bandiera azera. Parlavano poco e si guardavano in giro con aria attonita, tipica di quello straniamento delle  reclute che  pensano sempre al ritorno a casa mentre aspettano che trascorra il giorno. A quel tempo era difficile immaginare come sarebbe cresciuta quella generazione di combattenti-volontari  che a vent’anni aveva già vissuto gli orrori della guerra, parlava di ferite inferte spesso “per puro spregio” dagli armeni sui corpi delle loro donne e dei loro compagni uccisi.

La moschea di Agdam diventata una stalla

Eppure, se la frontiera con la città fantasma di Agdam, la sua moschea diventata stalla e le sue storie, sembra lontana e poco influente, basta una sola considerazione ad avvicinarla di colpo. L’Azerbaigian gioca un ruolo chiave per l’Unione Europea, la quale non vuole dipendere per le forniture energetiche soltanto dalla Russia. Si tenga a mente che tutti i progetti lungo il cosiddetto “Corridoio Sud”, a cominciare dal gasdotto Turchia–Grecia–Italia, hanno come protagonista Baku. Sicché se il presidente turco Erdogan fa più riferimenti ad Allah nelle sue dichiarazioni pubbliche di quanto non ne abbia mai fatti in passato, sicuramente pensa anche  all’Azerbaigian, dove si parla l’azero che è una lingua turca e dove i turchi sono di casa fin dall’anno Mille. Ve li condusse Mahmud,  il più importante tra i sultani della città afghana di Ghazna, il quale con le sue conquiste trasformò il regno in un impero che comprendeva gli attuali Afghanistan, Pakistan, India nordoccidentale e naturalmente l’Azerbaigian. Per dire, quanto la storia conti anche da queste parti.

11 Ottobre 2020

 

Come vanno i giornali in Italia? Male

Che cosa pensare se le vendite dei giornali nelle edicole sono crollate? In un mondo mediatico nel quale si continua a incoraggiare — a scapito di un giornalismo di informazione — un giornalismo speculativo e spettacolare che dequalifica la figura stessa del giornalista fino ad annullarla, c’è poco da pensare. Oramai è giornalista chi si qualifica tale e chi riceve dalla società il diritto di fregiarsi del titolo.

Pertanto, la definizione di una identità professionale rischia di diventare solo soggettiva e quindi doppiamente relativa. Inoltre, siccome gli editori vogliono nelle redazioni meno professionismo e più precariato, lo scenario che si va concretizzando, giorno dopo giorno, è quello di schiere di ragazzi e di ragazze impiegati “a ore” che tagliano e incollano, o vanno soavi in onda a leggere strisce di notizie sovente riversate dalle agenzie di stampa dei regimi che si spartiscono il mondo.

Naturalmente con il supporto di squadre di editorialisti e di commentatori dai quali di volta in volta si può ottenere tutto e il contrario di tutto, considerato che sempre meno lettori e ascoltatori sono rimasti con la voglia di approfondire, e che c’è sempre più gente che s’appaga con i “mi piace” piuttosto che con la qualità dei contenuti.

L’esempio dei “social network” ne è una dimostrazione. La stessa parola usata per descriverli è mistificatoria poiché essi non hanno “nulla di sociale”, sono anzi il contrario del sociale. Essi rappresentano la condanna all’isolamento individuale. 

Pertanto una informazione -tranne qualche rara eccezione- che tace o peggio ancora che si sofferma su espedienti di richiamo di masse, sul gossip insomma, produce effetti devastanti poiché la società alla quale essa si rivolge si ritrova a non sapere più separare il “grano dal loglio”, dal momento che il dibattito pubblico non va oltre all’esercizio consultivo dei “mi piace” evitando ogni approfondimento, ogni chiarificazione.

Se così stanno le cose, non serve più che un professionista sia formato e aggiornato per poter intervenire con sicura competenza sui nodi più intricati del mondo contemporaneo. Infatti, la funzione del giornalista che prende posizione, argomenta e prova; la figura del giornalista competente che “verifica alla fonte” la si vuole condannata all’estinzione. Sicché posto che sia mai stata un categoria, la professione dei giornalisti alla quale eravamo abituati cessa di esserla ogni giorno di più.
Infatti, basta aprire un canale qualsiasi della televisione, anche quelle locali, per capire come la “libertà d’informazione e di critica” e “l’obbligo inderogabile del rispetto della verità sostanziale dei fatti” vengano violati di continuo. 

Le notizie proliferano, ma le garanzie di affidabilità sono quasi inesistenti, è sempre più difficile essere informati, è sempre più difficile capire ciò che sta accadendo perché le scarse notizie chiarificatrici quasi sempre vengono nascoste dietro un gigantesco gioco di contraddizioni. La sensazione è di vivere in una democrazia sui generis che prospera su una mistura fatta di populismo, di tecnocrazia, di “mi piace” che stordisce lasciando spazio libero all’ambizione dei politici, dei personaggi della finanza, dei teorici, dei portaborse, di persone senza scrupoli che traggono vantaggio dalla assuefazione, dalla demoralizzazione della gente, la quale sempre meno trova conforto in un giornalismo critico e perciò informato. In buona sostanza, siamo davanti a un’evoluzione che non è imputabile esclusivamente a internet. Infatti, la storia delle tecnologie è la storia della fluidificazione dell’informazione.

Eppure sono proprio i giornali in formato cartaceo, nati alla fine del XVII secolo, che hanno avuto un ruolo decisivo in questo procedimento, perché essi facevano circolare l’informazione molto più rapidamente dei libri in uso fino ad allora. Dopotutto, gli esseri umani aspirano a essere parte integrante di questo flusso, e a vedere in questo panta rei (in greco antico “tutto scorre”) un’occasione di protagonismo.

 

Vita o morte? Quella che costa meno

In Belgio si continua ad andare per le spicce. Più della metà delle vittime da Coronavirus  sono nelle case di cura. “La società belga ha deciso che le vite di questi anziani confinati contano molto meno di quelle dei cosiddetti ‘attivi’”, ha scritto su Le Soir, il quotidiano più letto in Belgio, il sociologo Geoffrey Pleyers. In Svezia ai vecchi va ancora peggio a sentire il Professor Yngve Gustafson, docente di Geriatria all’Università di Umeå il quale ha messo a confronto il modo  in cui i pazienti anziani malati di Covid-19 vengono curati nelle cliniche a pagamento con quelli delle case di riposo, dove i vecchi vengono curati con la morfina. “E’ un trattamento che per quasi il cento per cento porta alla morte”, ha sentenziato senza a mezzi termini il professor Gustafon e ai quotidiani svedesi  Dagens Nyheter e Aftonbladet, precisando che di vera e propria eutanasia si tratta.

Oramai si viaggia con regole semplici e spietate nelle quali rientra il “quanto costa e chi salvare”, che riemerge ad ogni crisi, economica o pandemica che sia. Dopo tutto “ogni scelta ha un costo” e “il costo del distanziamento potrebbe superare i benefici”. Pertanto, potrà anche sembrare nobile sentenziare che una vita umana non ha prezzo, ma è un concetto – secondo le regole del liberismo – da considerare desueto, perché niente è fuori dalla comparazione di valore e dunque tutto ha un prezzo.

Ci vuol poco a capire che se si discute di vita e morte, di malattia e sofferenza, utilizzando apertamente lo strumento della valutazione costi-benefici, dei prezzi di mercato, come ha fatto qualche settimana fa l’ autorevole e pertanto molto ascoltato Economist si finisce per quietare la coscienza su qualsiasi nefandezza compiuta. Incoraggiare il nuovo stile di valutazione della vita, diffonderlo, significa prepararsi a una ripresa pandemica che definirla orrida non sarebbe affatto esagerato.

Crisi da Covid19, le prime vittime sono i giovani

 Non è fantapolitica. Ci sono tre miliardi miliardi di persone a casa in attesa della ripresa; si rianimano i flussi finanziari destinati a cambiare il destino di milioni di vite umane e a sfruttare, come sempre, quella che Naomi Klein definiva una “shock economy”. Interi settori sono al palo come il turismo, lo spettacolo, la cultura e tutte quelle attività commerciali che sono considerate secondarie rispetto ai beni di prima necessità.

Ci vuol poco a capire che la disoccupazione avrà effetti micidiali sui giovani condizionandone il futuro. Insomma, il Covid-19, il Coronavirus, non sta solo uccidendo persone, intasando i sistemi sanitari, obbligando tutti a tapparsi in casa, ma si è abbatutto sull’economia globale “con il rischio di una recessione peggiore dell’immaginabile”, come avvertono gli economisti. Certo è che il coronavirus sembra destinato a restare con noi a lungo, nonostante i tentativi senza precedenti di isolamento e contenimento.  

Naturalmente c’è chi getta acqua sul fuoco, spiegando che i mercati da tempo hanno previsto scenari funesti e sanno come muoversi, ma non convincono del tutto, perché gli indicatori di segno contrario sono tanti, poichè il morbo è precipitato su un mondo da anni morso della crisi economica. Una stagnazione, peraltro, già considerevolmente assistita, per evitarne degenerazioni, attraverso misure di supporto classiche, come lo è il Quantitative easing (QE) e la riduzione dei tassi di interesse, sia in Europa che negli Stati Uniti. Prioritari sono i problemi di lungo termine come lo è la tutela delle giovani generazioni senza le quali non c’è un futuro credibile.

 Il fenomeno in crescita dei Neet è il segnale più evidente del difficile transito dei giovani dalla scuola al lavoro. I Neet – acronimo che sta per «Not in Employment, Education or Training» – la definizione, ideata negli anni Novanta in Gran Bretagna nelle indagini sui giovani a rischio di esclusione sociale, è arrivata ad abbracciare la popolazione fino ai 29 o addirittura 34 anni nelle statistiche ufficiali. I Neet sono ad oggi i destinatari (almeno a parole) di specifiche misure di politica sociale in tutta Europa, mirate a incrementarne l’occupabilità e a favorirne l’attivazione.  

La pubblicistica ha spesso adoperato toni allarmistici per descriverne la condizione e nemmeno la produzione scientifica è rimasta immune dal fascino di locuzioni evocative come “generazione Neet”, “perduta”, “in panchina”, “sospesa”, tradendo così l’idea che si stesse assistendo all’emergere di una nuova questione generazionaleIl Neet individua, come detto, i giovani che non sono occupati e non sono nemmeno coinvolti in percorsi di istruzione e formazione. Una parte di questi giovani rientra tra i disoccupati perché, non avendo un lavoro, sono attivamente impegnati a cercarlo.  

In Italia il problema dell’occupazione giovanile è particolarmente rilevante per due ragioniinnanzitutto perché risale a ben prima della crisiin secondo luogo perché, nell’attuale contesto regolamentare, – la pandemia da coronavirus non fa eccezione – a essere licenziati sono innanzitutto i lavoratori con contratti a termine, i lavoratori giovani appunto. Infatti, basta attendere la scadenza del contratto, mentre licenziare un lavoratore con contratto a tempo indeterminato è molto più difficile, se non impossibile.  

Pertanto se si analizza il problema dell’impoverimento dei giovani in un’ottica di medio-lungo periodo, si evince che i giovani in Italia hanno tassi di disoccupazione più elevati che in altri Paesi europei e che la loro condizione economica, confrontandola con quelle delle altre classi di età, è peggiorata sostanzialmente negli ultimi vent’anni. Pertanto, l’esigenza di un prestito esterno, di risorse finanziarie messe a disposizione a costi non proibitivi, perchè senza gli Eurobond Italia, Francia e Spagna non potranno tutelare i giovani né tantomeno le generazioni che ancora si devono affacciare al mondo del lavoro.  

Nell’ultimo rapporto della Commissione europea si stimava per i paesi Ue un costo di circa 153 miliardi di euro (1,2 per cento del Pil) derivante dai Neet (Not in Education, Employment or Training), di quei giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano. La stima include i costi relativi ai sussidi di disoccupazione, ai redditi non percepiti, ai contributi non versati e alle tasse non riscosseNaturalmente, sarebbero di molto maggiore se si considerassero anche gli effetti sulla salute fisica e mentale, sul tasso di criminalità e sulla coesione sociale. Non bisogna dimenticare che i giovani più colpiti sono quelli con bassi livelli di istruzione e basse competenze, cioè quelli che provengono da famiglie più disagiate. Ragion per cui la disoccupazione giovanile può frenare la mobilità intergenerazionale e fare in modo che il disagio sociale si tramandi da una generazione all’altra.  

E’ una realtà ben nota nel Parlamento europeo, non manca di tanto in tanto di richiamarla con quelle frasi ad effetto tipo «L’Europa non può permettersi lo spreco di talenti, l’esclusione sociale o il disimpegno dei giovani. Noi in qualunque caso abbiamo il dovere di sorreggerli». Se così stanno le cose non si giustifica il rifiuto di mettere a disposizione delle risorse finanziarie, senza le quali non si esce dalla crisi causata dalla pandemia da coronavirus.  

Gli Eurobond con il bypass di numerosi commentatori ed economisti sono richiesti con insistenza da Italia, Francia e Spagna, respinti con altrettanta insistenza da Olanda e Germania. Naturalmente il confronto si dipana nel chiasso di dichiarazioni, smentite, articoli, sondaggi, fake news, trasmissioni, reportage pilotati dalle grandi multinzionali, da governi terrorizzati, da nazionalisti e da sovranisti scatenati il tutto amplificato ed esasperato dal media mainstream. Finché l’altro ieri mentre tutto lasciava pensare che sugli Eurobond, noti anche come Covidbond, si sarebbe giunti nell’aula dell’Europarlamento a un compromesso i deputati della Lega e Forza Italia vi hanno votato contro. E così si è sciupata un’opportunità, poveri giovani.

Per riprendere il filo del discorso sul futuro che ci attende basta soffermarsi sulle domande che la filosofa americana Judith Butler, ritiene “fondamentali” in questo preciso momento storico.: dopo il coronavirus, sarà lo stesso mondo di prima? Cosa abbiamo perso e quale sarà il nostro futuro dopo questo periodo di “detenzione indefinita”?  L’unica certezza finora è che le superpotenze digitali (da Google a Facebook, da Amazon a Instagram e tutte le società del settore della robotica) stanno registrando tutti i nostri movimenti, le nostre parole, le nostre idee. La pandemia ha agevolato, velocizzato, autorizzato la raccolta di dati che andranno a incidere nelle nostre vite future, in termini economici, sociali e culturali.Chissà se dopo la “detenzione indefinita” avremo ancora l’ attimo per fermarsi e ripensare che cosa siamo diventati e cosa mai diventeremo.

1 maggio 2020

Boris Pasternak, un rivoluzionario molto particolare

Nell’èra di WhatsApp e di TikTok le Russie dei Pasternak sono scivolate in fondo al cassetto. A nulla vale che Leonid Osipovich, il padre dell’autore del “dottor Živago”, fosse un grande ritrattista. Il suo studio era diventato un crocevia per gli intellettuali negli anni a cavallo della Rivoluzione. In quell’ atmosfera il figlio Boris maturò il romanzo che lo rese celebre e con il quale vinse un Nobel che fu costretto a rifiutare. Benché non si possa definire un libro antisovietico, fu certamente lontano dalla visione eroica offerta dalla letteratura ufficiale del tempo. Pasternak visse i suoi ultimi anni sotto lo stretto controllo del regime. Morì il 30 maggio 1960, sessant’anni fa.

Boris Leonidovic Pasternak, l’autore de “il dottor Živago”, se ne stava accanto alla finestra a vedere le ragazze con gli abiti chiusi fino alle caviglie che passeggiavano su e giù tenendosi per mano, facendo scorrere il tempo sotto gli archi di pietra lungo i muri delle case dalle facciate austere.

È la via Mjasnitskaya nella Mosca più antica, oggi disseminata di gallerie d’arte. Al numero ventuno c’era la celebre “Scuola di pittura, scultura e architettura”, dove suo padre, Leonid Osipovich, famoso pittore e ritrattista, insegnava. Un giorno del 1911 capitò che vi si iscrivesse un giovane dall’aspetto malinconico arrivato dalla Georgia: era Vladimir Majakovskij. A maggio, dalle crepe del selciato veniva fuori un primo odore tiepido. D’inverno, la strada era tormentata da un vento gelido.

Dalla primavera all’autunno c’era quel continuo brusio che filtrava di tra i vetri e accompagnava le musiche di Ciajkovskij che la madre di Boris, Roza Kaufmann, suonava al pianoforte.

In ogni stagione la casa si riempiva di artisti come Makovskij e SurikovRepin e Miasoedov, di poeti come Rilke e Verhaeren, di storici come Kljucevskij e Zelinskij, di personaggi come Aleksandr Scrjabin che con Sergej Rachmaninov era il più straordinario innovatore della musica russa.

Pasternak lo ricorda nel poema L’anno 1905:

«Un giorno/ che il baccano dietro il muro/ è incessante come la risacca / ed il gorgo delle stanze immoto / e la strada avvivata dal gas, / squilla il campanello, / voci si avvicinano:/Scrjabin./Oh, dove fuggire/dinanzi ai passi del mio idolo/».

Era nei momenti degli incontri che suo padre lavorava con più frenesia. Seduto in un angolo, mentre la moglie suonava al pianoforte, Leonid Osipovich Pasternak, l’album sulle ginocchia, tracciava i profili dei suoi ospiti osservandone i movimenti, cogliendone i gesti, i sorrisi, i tratti poiché, come diceva: «Bisogna saper disegnare rapidamente perché i personaggi non devono accorgersene: non mi piace che si mettano in posa».

Era un pittore affermato da quando s’era legato da grande amicizia a Lev Nikolaevic Tolstoj per il quale aveva disegnato le illustrazioni del romanzo “Resurrezione”. In seguito gli fu riconosciuto il merito di aver “fotografato” con le sue opere il confine tra due epoche, un periodo tra i più ricchi di fermenti della cultura russa. Aveva fissato sulla carta quel percorso di sentimenti e di ambientazioni che sarebbero poi stati sconvolti dalla rivoluzione bolscevica. Per questo motivo Leonid Osipovich è collocato tra i grandi della pittura russa.

Ma i suoi quadri non furono esposti nei musei sovietici. Molti furono distrutti, altri confinati nei magazzini. Il suo nome, quando uscì il romanzo “Il dottor Živago” e cominciò la persecuzione di Boris Pasternak, fu persino cancellato sull’Enciclopedia sovietica, come se non fosse mai esistito. È per questo che anche adesso la gente fa sempre la coda ogni qual volta si organizza una mostra con i suoi quadri. La gente vuoIe vedere quegli ambienti dove Boris Pasternak aveva consumato la sua giovinezza, maturato la sua poesia, pensato al suo famoso romanzo che gli valse il Nobel.

Poiché, come scrisse Kornelij Zelinskij, la sua ispirazione «sorse in un punto dei piccoli appartamenti professorali della Mosca prerivoluzionaria, tra il pianoforte, dove ancora giacevano i manoscritti di Scrjabin, e lo scrittoio dello studio con le poltrone di pelle, dove alle pareti erano appesi i quadri e sotto la lampada si sfogliavano Kant, Cohen, Nartop, mentre oltre la finestra una cultura di molti secoli, molte lingue frusciava col silenzio delle meditazioni. Là forse si sentivano i contrafforti della vita: ormai alle spalle c’era una rivoluzione».

La gente vuoIe “leggere” e “rileggere” questa storia dei Pasternak, che non era mai apparsa prima. Se n’era incuriosita fin da quando sulle pagine di Novi Mir era cominciata — trent’ anni dopo che il libro era uscito in tutto il mondo — la pubblicazione a puntate del Dottor Zivago. Ma questo popolo dalla pazienza infinita dovrà attendere un anno ancora per sapere altri particolari della vicenda.

A fornirli fu la Literaturnaja Gazeta, il settimanale degli scrittori, il quale promuovendo la prima esposizione ufficiale ( agosto 1989) delle opere di Leonid Osipovich ne aveva ripercorso la storia, ricordando che molti dei lavori erano raccolti nella dacia di Peredelkino e che molti erano stati distrutti durante la guerra,quando vi alloggiavano i soldati i quali usavano la carta coi disegni per fabbricarsi isamokrutki, cioè le sigarette.

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Evgheny Pasternak

Evgheny Pasternak, il figlio dello scrittore — una vita dedicata alla memoria del padre — mi raccontava con una profonda amarezza che, «Alcune delle opere del nonno decoravano la stanza dove mio padre scriveva, incontrava gli amici, passava gran parte della sua giornata. Sapevo quanto ci teneva a quelle tele, a quegli schizzi, e non si pacificava per quelli che erano andati perduti. Purtroppo nel l’Ottantaquattro nella casa di Peredelkino sono piombati i rappresentanti dell’Unione degli scrittori dell’Urss, i miliziani e i giudici, e in meno di dodici ore ci hanno sfrattato, hanno sfasciato quel che restava delle memorie nostre più care, hanno seminato il prato coi disegni strappati di mio nonno. La casa intanto è rimasta vuota e non si capisce che cosa abbiano deciso di farne». Era appunto nell’agosto del 1989–31 anni fa, quano la Russia era l’Unione Sovietica — che incontrai Evgheny Pasternak che aveva da poco compiuto i sessantaquattro anni.

Oggi ci si arriva comodamente in treno alla dacia trasformata in casa-museo di Boris Pasternak che si trova al numero 3 di via Pavlenko. E’ aperta dalle 10 alle 16, dal martedì alla domenica e l’ingresso costa 100 rubli (poco meno di 3 euro). La dacia dove nacque Zivago è lontana dalla stazione ferroviaria, sepolta nel bosco di Peredelkino, da sempre il “villaggio degli scrittori”.

È come una nave che galleggia su un fiume di verde. Nella stanza da letto spoglia e nello studio sono rimasti i suoi stivali, il cappotto e il cappello così come lui li lasciò. Sulla luminosa veranda, il tavolo è apparecchiato con le tazze e il samovar. È sulla veranda, nelle giornate d’estate, protetto dal sole e dagli acquazzoni che Boris Pasternak appuntava su dei sottili quaderni i ricordi e la sua quotidiana esperienza:

«Mi aggrappai a quel lavoro e cominciai a lavorare con passione raddoppiata. Ma proprio quella passione avrebbe rivelato all’osservatore esperto che non sarei mai divenuto uno scienziato. lo vivevo lo studio della scienza con più intensità di quanto richiedesse la materia. Una specie di pensiero vegetativo operava in me. La sua particolarità era nel fatto che ogni concetto secondario, spiegandosi illimitatamente nella mia interpretazione, cominciava a prendere cibo e ogni sorta di cure e quando io sotto la sua pressione mi rivolgevo ai libri, non ero mosso dall’interesse spassionato per il sapere, ma dalle citazioni letterarie che lo suffragavano».

In queste parole è racchiuso il segreto della poesia di Pasternak, la sua passione per l’oggetto, per il particolare,per i significati della vita e della morte. E un’estate, siamo nel 1913, a ventitré anni «si mise a scrivere versi non per eccezione, ma di seguito, con costanza, allo stesso modo con cui si dipingono i quadri o si compone musica».

Certo, la poesia la rincorreva da tempo, soprattutto da quando aveva scoperto Rainer Maria von Rilke su una copia di Mir zu Feifer, che il poeta austriaco aveva regalato al padre, Leonid, quando era stato in visita a Jasnaja Poljana da Tolstoj. La scoperta di Rilke risale al 1907. Nell’autunno del 1913, a Mosca, Pasternak incontrò Verhaeren, che stava ottenendo un gran successo in Russia: Brjusov l’aveva tradotto, BeIyj lo definì un «Dante dell’età contemporanea».

Leonid Osipovich gli stava facendo un ritratto, e Boris lo intratteneva durante le pose: gli chiese se conoscesse Rilke, e Verhaeren gli rispose che era il miglior poeta d’Europa.

Di tutte le letture giovanili, si può dire che solo Rilke abbia avuto un’influenza diretta sui suoi versi: molti anni più tardi, nel 1926, inviandogli un suo volume di rime, Pasternak deve averglielo scritto, se Rilke rispondeva così: «Come posso ringraziarvi d’avermi permesso di vedere e di sentire quello che avete moltiplicato dentro di voi così miracolosamente! Il fatto che abbiate potuto attribuirmi una messe così ricca nella vostra sensibilità dice le lodi del vostro cuore generoso».

Ho riferito questi episodi della sua biografia per meglio far capire quant’erano stretti i rapporti tra padre e figlio, che non s’interruppero nemmeno quando nel 1921 Leonid Osipovich si trasferì a Berlino per far curare la moglie ammalata, che morì diciotto anni dopo.

E proseguirono quando il pittore raggiunse la figlia in Inghilterra, a Oxford, dove soggiornò fino alla morte, il 31 maggio del 1945. Evgheny Pastenak mi raccontava come suo padre fosse : « ammaliato dalla grande capacità di mio nonno di concentrarsi sul lavoro. Nelle lettere ne sottolineava la maestria rara di saper cogliere al volo gli oggetti, le persone in movimento, le scene della vita quotidiana, poiché era accaduto in un’epoca in cui l’artista d’abitudine se ne stava rinchiuso nell’atelier. Figurarsi l’amarezza di mio padre quando seppe, negli Anni Trenta, che molte opere, si trattava soprattutto dei ritratti dei personaggi più noti della rivoluzione, erano state distrutte o esiliate nei musei periferici di Vologda e di Celiabinsk, in Siberia».

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Madrid,30 julio 1965. Geraldine Chaplin, il regista David LeanJulie ChristieOmar Shariff e Rod Steiger durante le riprese del Doctor Živago

Boris Pasternak riprese a scrivere “Živago” un anno dopo la morte del padre, nel 1946. L’aveva già interrotto due volte: nel 1918 e nel 1936, perché non aveva abbastanza denaro. Lo scrisse assicurandosi da vivere con le traduzioni. Un lavoro sfibrante: traduceva in russo una tragedia di Shakespeare in due mesi e poi tornava a scrivere.

L’epilogo è noto: Zivago divenne causa di un terribile scandalo politico. Non lo vollero pubblicare in Urss e fu pubblicato in Italia. Poi a Pasternak arrivò il Nobel, che gli fu dato per tutta la sua opera, e quando Krusciov lo seppe da una notizia proveniente dagli Stati Uniti, scoppiò un putiferio enorme e lo scrittore fu costretto a mandare un telegramma con il quale rinunciava volontariamente al premio.

Evgheny mi ricordava che pur in quel travaglio il padre continuava a lavorare ogni giorno, continuava a scrivere poesie, e non partecipava alle riunioni che si facevano su di lui e sul caso letterario che aveva provocato.

Dalla sua dacia di Peredelkino, tra i ritratti muti dei personaggi dipinti da suo padre, e quei paesaggi che gli avevano ispirato la storia di Lara, mandava messaggi al mondo raccomandandosi che la sua opera non fosse strumentalizzata ai fini politici.

«No, non mi fece mai segreto dei suoi scritti», raccontava Evgheny. «Leggevo i capitoli del libro, ne parlavamo: era parte della nostra esistenza. Alle mie esitazioni mio padre rispondeva citandomi la regola di vita più amata da Tolstoj: “Fai quel che tu devi, sia quel che sia”.

Poi il discorso ogni volta scivolava inevitabilmente ai periodi vissuti a Jasnaja PoIjana, nella casa del grande patriarca, con il nonno che dipingeva le scene di Resurrezione, e i lunghi conversari che vi si svolgevano. Soltanto questi ricordi riuscivano a rasserenarlo» .

Pasternak non era un guerriero, non lo voleva essere, lo ammise lui stesso quando scrisse candidamente che, “una vita senza mistero, senza intimità, una vita messa in mostra tra il luccichio degli specchi, è per me inconcepibile”. Resta un “rivoluzionario” del libero pensiero.

La tomba di Pasternak che morì il 30 maggio di sessant’anni fa, è sotto una quercia nel piccolo cimitero contadino dagli steccati di legno turchese, accanto alla chiesetta bianca e luminosa che risale ai tempi di Ivan il Terribile. Ci sono sempre i sentierini delicati che separano ogni tanto un recinto dall’altro per consentire il passaggio dei parenti che vanno a deporre fiori e cibo sulle tombe dei loro morti.

Cancelletti minuscoli permettono di infilarvi il braccio in modo che le offerte raggiungano il centro del tumulo. Soltanto la tomba di Boris Pasternak è più estesa delle altre, con quella lastra di marmo molto bianco sulla quale si distingue, in bassorilievo, la figura dello scrittore, che consente di riconoscerla da lontano.

Mi raccontavano che in passato poca gente andasse a Peredelkino sulla tomba di Pasternak. Ma non dev’essere del tutto vero, poiché oggi si dice pure che le sue esequie, nel 1960, furono la prima manifestazione di dissenso alla quale parteciparono diecimila persone. Eppoi in tutti questi anni puntualmente, affettuosamente, per chissà quali strade, si è fatto in modo di circondare lo scrittore, morto nell’indifferenza ufficiale, di quel rispetto che in vita gli venne a lungo negato.

Quasi a testimoniare che il Paese, nonostante tutto, è sempre riuscito ad individuare qual è il suo posto vero nella storia. Sebbene sia da sempre afflitto da prove terribili non ancora del tutto superate, zeppe di incongruenze e crudeltà, che si riassumono in quella scartocciata bottiglia di plastica nella quale avevano infilato tre garofani, e che trentuno anni fa era davanti alla lapide posta là a ricordare che Boris Pasternak è esistito.

30 maggio 2020

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