Il conflitto ucraino è una guerra tra pezzenti

Occhio alle minoranze d’Europa perché in questa crisi ucraina diventano di un’importanza cruciale. Fino al 2003 quando l’Ue era di 15 Stati esse raggiungevano i 20 milioni di persone, il 5 per cento della popolazione. Con l’Europa dei 28 sono 42 milioni, e rappresentano l’ 9,37 per cento dei 448 milioni di cittadini europei.

Ma è nelle repubbliche baltiche, che le minoranze hanno un peso numerico – un milione di cittadini di etnia russa o che parlano come prima lingua quella russa – determinante per gli equilibri politici. In Lituania il 6 per cento della popolazione è russa, più o meno alla pari con la minoranza polacca, in Estonia essa raggiunge il 24,8 per cento, ma in Lettonia, la percentuale di russi ammonta ad oltre un quarto, 557 mila su una popolazione di un milione e novecento mila abitanti.

Naturalmente da quando è caduto il Muro di Berlino la divisione fra «Est» e «Ovest» appare meno artificiosa , ma sono emersi in maniera contraddittoria da una parte il cosiddetto risveglio delle nazionalità e, dall’altra parte il formarsi di enormi aggregati sopranazionali tenuti insieme dal miraggio di un facile benessere economico. Così l’umanità che vi abita è dilaniata da una parte dalla rincorsa quasi ossessiva verso un capitalismo sfrenato con la speranza che il sogno prima o poi si avveri; dall’altra parte da particolarismi di sangue, di lingua, di religione, di identità, da un nazionalisno esasperato insomma.

Infatti, non è difficile immaginare il malessere delle genti dell’Europa ‘allargata’, quelle che fino all’altro ieri, dietro la cortina di ferro, ambivano al benessere occidentale sperando nella fine del comunismo sovietico e che ora si ritrovano prigioniere della povertà, turbate dal crollo delle usanze tradizionali, furenti per le promesse non mantenute dall’Occidente, spesso disperate, spesso costrette a lasciare il proprio Paese o “peggio ancora” a fare emigrare i propri figli perché, si ritrovano in casa la disoccupazione che prima non conoscevano.

E’ in questa realtà che s’è consolidato il profondo e diffuso sentimento antirusso basato da un lato sull’astio di un passato prossimo a dir poco infelice, dall’altro lato sul timore di una rinnovata, pesante ingerenza di Mosca nell’area baltica. Pertanto, guerra aperta all’integrazione della minoranza russa all’interno del tessuto sociale dei propri Paesi. Lettonia ed Estonia hanno adottato la linea dura non concedendo loro la cittadinanza nel momento della transizione dall’Unione Sovietica all’indipendenza. E quindi viene loro negato il diritto di voto, al pubblico impiego e al passaporto.

La Lituania si è mostrata più benevolente concedendo ai residenti ex sovietici (140 mila) la cittadinanza, ma la Lettonia è andata ben oltre vietando l’insegnamento di materie in lingue non riconosciute come ufficiali all’interno dell’Ue, russo naturalmente incluso. A nulla era valsa la protesta del Cremlino, che ha definito il provvedimento “un atto di discriminazione e di assimilazione forzata”.

Tuttavia, quando nel 2014 si iniziò il conflitto russo-ucraino, Mosca aveva pensato bene di varare una legge, secondo la quale i cittadini di madrelingua russi residenti al di fuori della Federazione, possono richiedere la cittadinanza russa. Così operando, la lingua è diventata il pretesto per scatenare un conflitto incentrato sullo status com’è accaduto con la Crimea e il Donbass. Di concerto, in risposta “all’annessione illegale della Crimea da parte della Russia nel 2014”, la Nato ha aumentato la sua presenza nella parte orientale dell’alleanza,con quattro gruppi tattici multinazionali in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, poiché, “queste unità, guidate rispettivamente da Regno Unito, Canada, Germania e Stati Uniti, sono multinazionali e pronte al combattimento”. Pertanto, “la loro presenza chiarisce che un attacco a un alleato sarà considerato un attacco all’intera Alleanza“, firmato: Comando Nato.

Sarà guerra? Molto dipenderà dai sussulti del dollaro, della Federal Reserve Bank, delle lobby finanziarie, dei gruppi di interesse fautori di un globalismo esasperato, e di un capitalismo ferreo. Costoro reagiscono ammassando forze militari e paramilitari dai confini russi in Europa, alle acque della Cina in estremo Oriente. Poiché le controversie tra Ucraina e Russia diventano un’ utile pretesto per incoraggiare l’uso della forza, del confronto armato, con lo scopo non ultimo di distrarre l’attenzione da quello che è il loro problema principale: la salvezza del dollaro e con esso dell’impero americano. Su questo ed altro l’amministrazione del neo presidente Biden fa quadrato, (come potrebbe essere diversamente), poco importa se il cannone può tornare a tuonare nel centro dell’Europa.

Jens Stoltenberg , segretario generale della Nato, l’altro giorno non ha escluso questa possibilità quando ha affermato che gli Stati Uniti hanno schierato, “ottomila e cinquecento soldati americani ad alta prontezza per la Forza di Risposta della Nato, e il gruppo d’attacco della portaerei USS Harry S. Truman sotto il comando Alleato nel Mediterraneo per proteggere e difendere tutti gli alleati.”.

Questo accade benchè la Russia di oggi, rappresenti una minaccia non certamente comparabile con quella rappresentata dall’Unione Sovietica e dal Patto di Varsavia. Dopotutto la Nato era stata fondata nel 1949, da dodici nazioni, per contrastare la potenza militare sovietica. Pertanto, caduta l’Unione Sovietica, sono venuti a mancare quelli che erano i presupposti di base che hanno dato il via alla nascita di questo patto atlantico. Sicché per il Cremlino, la Nato rappresenta esclusivamente un “progetto geopolitico a guida americana”. Un’accusa difficile da respingere, poiché – un esempio tra i tanti – l’incremento della spesa militare da parte dei paesi membri della Nato rappresenta un tornaconto significativo per gli Stati Uniti, considerando che detengono il 37 per cento del mercato globale della vendita di armi.

In mezzo ci sono 95 milioni di persone, il 22 per cento di chi vive in Europa, che non hanno più lavoro, più casa, più risparmi, che si chiedono come potranno sopravvivere negli anni a venire e che vedono nella crisi ucraina un peggioramento delle proprie condizioni. Ci vuol poco a capire che lo scenario che ci si prospetta è segnato da una escalation delle tensioni fra gli Stati, dal momento che più le economie occidentali scivoleranno nel baratro dei deficit economico, più la destabilizzazione condizionerà la governance mondiale.

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