In Italia pure il Resquiant in pace è complicato

La conclusione è triste di una situazione già di per sé triste, ma se la democrazia vuol dire soprattutto difesa dei diritti civili, questo è uno dei molti casi in cui sono disattesi. Parlo delle «Norme in materia di consenso informato e di Disposizioni anticipate di trattamento» (DAT), comunemente definite “testamento biologico”, mediante il quale ogni persona in previsione di una sua futura incapacità a comunicare può, attraverso le Dat, «esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari», senza eccezione. Inoltre egli può delegare anche «una persona di sua fiducia» che «lo rappresenti nelle relazioni con il medico».

Pertanto, nell’epoca del Covid19 con il riepilogo quotidiano della conta dei morti, e con le descrizioni minuziose di come esse avvengano, è più che naturale che in qualche casa, in qualche ospedale, in qualche famiglia ci si ponga, concretamente, il tema del diritto a una morte dignitosa, e sul come pilotarsi il “fine vita” in un paese – l’Italia – dove la legge sul testamento biologico è operativa soltanto dal 31 gennaio 2018, dopo una gestazione lunga e tormentata, anche per via di quei tremila emendamenti presentati per lo più dalla Lega Nord.

Tuttavia , negli anni è cresciuta nel Paese la contrarietà a ogni tipo di accanimento, che aveva trovato piena legittimità – a livello europeo – con la Convenzione di Oviedo (aprile 1997) per la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere umano, sottoscritta e ratificata anche dall’Italia. Del resto anche la Chiesa cattolica – che si salvi il “Requiescat in pace”  innanzitutto – aveva considerato lecito “sospendere l’applicazione delle cure quando i risultati non rispondono all’aspettativa”, tenendo conto del “giusto desiderio del malato e dei suoi cari” (Enciclica Evangelium Vitae). Un impegno corale che nel tempo si è rivelato soltanto a parole.

Naturalmente, sono stati fatti indubbi passi avanti sulla terapia antidolorifica in molti Paesi europei che quella strada l’hanno intrapresa da quell’aprile del 1997, con precisi paletti e con regole tassative tali da garantire la persona malata, i suoi familiari, i medici e la collettività. Nella Berlino luterana il testamento lo si consegna al medico di base che provvede a registrarlo. In Italia – come detto –  nel 2018 si è varata la legge così tanto sofferta, dopo di che è calato il silenzio. Pertanto oggi è ancora un’impresa non da poco cercare su Google, un modulo sul quale elencare le proprie Dat che devono essere redatte in forma scritta e sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento. Non ci sono indicazioni chiare dove esse devono essere consegnate, più d’uno (l’ho verificato) dei medici di base non ne è a conoscenza.

Succede, perché la legge sul testamento biologico parla chiaro: spetta alle amministrazioni pubbliche responsabili della materia attuare la legge per quanto riguarda le risorse umane, strumentali e finanziarie. Ma, specifica il testo, “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Ecco l’inghippo, la tragedia per chi non sa smanettare sul pc. Il Requiescat in pace? Non è garantito.

Soltanto dopo ricerche approfondite – sempre su Google – si scopre che essere vanno consegnate all’ufficio di Stato civile del Comune di residenza, ma si scopre anche che ogni comune usa un proprio modulo, con questionari diversi. Per esempio: c’è il Comune che richiede nella dichiarazione anche il numero dell’iscrizione all’albo dei medici del proprio medico di base, altri comuni che non lo richiedono affatto. Qual è quello giusto? Il dubbio diventa atroce per tutti coloro (sono tanti) che devono presentare comunque il modulo ai Comuni (sono tanti) che non ne hanno emessi di propri. Si troverà un funzionario comprensivo di tanta esitante mestizia? Al comune di Venezia ho trovato Alessia, mi ritengo fortunato.

21 ottobre 2020

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