Vita o morte? Quella che costa meno

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In Belgio si continua ad andare per le spicce. Più della metà delle vittime da Coronavirus  sono nelle case di cura. “La società belga ha deciso che le vite di questi anziani confinati contano molto meno di quelle dei cosiddetti ‘attivi’”, ha scritto su Le Soir, il quotidiano più letto in Belgio, il sociologo Geoffrey Pleyers. In Svezia ai vecchi va ancora peggio a sentire il Professor Yngve Gustafson, docente di Geriatria all’Università di Umeå il quale ha messo a confronto il modo  in cui i pazienti anziani malati di Covid-19 vengono curati nelle cliniche a pagamento con quelli delle case di riposo, dove i vecchi vengono curati con la morfina. “E’ un trattamento che per quasi il cento per cento porta alla morte”, ha sentenziato senza a mezzi termini il professor Gustafon e ai quotidiani svedesi  Dagens Nyheter e Aftonbladet, precisando che di vera e propria eutanasia si tratta.

Oramai si viaggia con regole semplici e spietate nelle quali rientra il “quanto costa e chi salvare”, che riemerge ad ogni crisi, economica o pandemica che sia. Dopo tutto “ogni scelta ha un costo” e “il costo del distanziamento potrebbe superare i benefici”. Pertanto, potrà anche sembrare nobile sentenziare che una vita umana non ha prezzo, ma è un concetto – secondo le regole del liberismo – da considerare desueto, perché niente è fuori dalla comparazione di valore e dunque tutto ha un prezzo.

Ci vuol poco a capire che se si discute di vita e morte, di malattia e sofferenza, utilizzando apertamente lo strumento della valutazione costi-benefici, dei prezzi di mercato, come ha fatto qualche settimana fa l’ autorevole e pertanto molto ascoltato Economist si finisce per quietare la coscienza su qualsiasi nefandezza compiuta. Incoraggiare il nuovo stile di valutazione della vita, diffonderlo, significa prepararsi a una ripresa pandemica che definirla orrida non sarebbe affatto esagerato.

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